Lavoro
Generazioni a confronto, come costruire il futuro? Focardi: "Occorre accettare i cambiamenti"
Redazione
25.03.2025 08:42

Foto: © Ticinonews
La fondatrice e amministratrice delegata di XYZ@Work spiega come superare le differenze dovute all'età per ottenere un ambiente aziendale inclusivo e produttivo. "Senza la consapevolezza e il desiderio di capirsi è molto difficile collaborare".
Baby Boomer, Generazione X, Millennial e Gen Z. Come lavorare insieme? In un'epoca di trasformazioni rapide e digitalizzazione, la convivenza rappresenta una sfida cruciale per le grandi aziende. Ticinonews ne ha parlato con Rachele Focardi, esperta internazionale. “Ci
troviamo in un momento storico unico. Innanzitutto, ci sono fino a sei generazioni
che lavorano insieme e questo non è mai successo prima", spiega Focardi. "Abbiamo la 'Gen Z' che sta entrando nel mondo del lavoro, ma anche 'l'aIfa', composta dai ragazzi che si stanno iscrivendo all'università". In un'impresa "c'è l'aspettativa che ognuno possa contribuire, ma abbiamo
fondamentalmente tutti un trascorso diverso, perché ogni generazione è stata
influenzata dall'epoca storica in cui è cresciuta. Senza la consapevolezza e il desiderio di capirsi è molto difficile
collaborare e quindi le aziende, invece di portare avanti progresso e cambiamenti
positivi, spesso e volentieri si trovano confrontate con una situazione in cui le varie fasce di età fanno fatica a lavorare e dove questa collaborazione non sempre
viene vista come un aspetto produttivo”.
La
Svizzera come si pone in questa situazione ?
“Vedo
un grande avanzamento per quanto riguarda questo tema. Oltretutto, in Svizzera
c'è anche il famoso “St. Gallen Symposium”, un evento con oltre 50 anni di storia organizzato dall'Università di San Gallo e concentrato proprio sul dialogo intergenerazionale.
Da tempo porta quindi, ogni anno, voci giovani e importanti
a parlare di quello che le generazioni devono le une alle altre, e di come possiamo
risolvere tutti questi problemi che stiamo affrontando proprio attraverso la collaborazione generazionale”.
Eppure, uno studio recente ha evidenziato che quasi un dipendente su cinque della
generazione z è insoddisfatto della collaborazione con quelle più
anziane. Il lavoro da fare c'è comunque…
“Assolutamente
sì, ma questo va in entrambe le direzioni. L'89% dei
dipendenti fa fatica a lavorare con le altre generazioni e più del 90% afferma di
vivere conflitti intergenerazionali quotidianamente o settimanalmente. Ciò significa che non è solo la nuova generazione a fare fatica, ma anche quelle già presenti nel mondo del lavoro. Proprio per questo motivo, secondo me, c'è bisogno di
comprensione e anche di un'accettazione del fatto che le cose
sono mutate. Quello che un baby boomer doveva vivere nel mondo nel lavoro - la gavetta, partire dal
basso, soffrire, seguire il boss - tutto questo non esiste più. Le nuove generazioni vogliono entrare nelle aziende e avere un impatto, essere
seguite e sostenute, in un ambiente lavorativo dove poter sviluppare
i loro interessi, cambiare il mondo e diventare cittadini felici. Si
aspettano questo e ovviamente per le generazioni già presenti è difficile, perché noi abbiamo vissuto una realtà completamente diversa”.
Ci
sono magari dei luoghi comuni, malintesi, pregiudizi reciproci tra le diverse
generazioni?
“Parliamo
spesso delle nuove generazioni come di fragole che si ammaccano facilmente
perché non hanno la forza e la resilienza di quelle precedenti. Questo non
è vero: le nuove generazioni stanno crescendo in un mondo che non è mai stato
così complesso e quindi stanno attraversando una serie di difficoltà che le
altre non possono capire, perché non ci sono passate. Le fasce d'età più anziane sono invece accusate spesso e volentieri di essere
resistenti ai cambiamenti, di non volere mutare lo status quo, di
essere individualiste e non collaborative. Ma anche questi aspetti non sono veri. Per questo secondo me è importante capire
che quando non c'è comprensione, quando non capiamo i contesti da cui ogni
generazione è nata e cresciuta, è facilissimo cascare nello stereotipo negativo”.
C'è
anche un'altra faccia della medaglia, laddove politiche di inclusioni
generazionali funzionano o almeno ci si sta provando. Ci può portare un esempio
positivo?
“Ho
lavorato con baby boomer leader fantastici i quali, rendendosi conto che per
avviare una trasformazione non basta agire come si faceva un tempo, hanno creato team multi
generazionali dove tutti sono allo stesso livello, indipendentemente dall'età o dall'esperienza, e l'idea è proprio quella di trovare
soluzioni assieme. Ci sono anche aziende che hanno creato le cosiddette ‘shadow boards’, ovvero, hanno
preso una ventina di ragazzi giovani che sono nell'azienda da non più di un
anno e li hanno messi a lavorare accanto al consiglio di amministrazione. In questo modo le decisioni strategiche non
vengono prese solo dalle generazioni più vecchie, che sono anche in molti casi quelle più
lontane dai consumatori, bensì concordate insieme a quelle più nuove. E in questo processo
c'è anche uno scambio bidirezionale in cui io, giovane, ti
insegno come usare la tecnologia in maniera efficiente, come pensare i problemi
diversamente, come avvicinarsi al consumatore di oggi. Viceversa tu, come dipendente più
anziano, mi illustri come lavorare con i clienti, come attraversare la politica
aziendale o cosa imparare dell'industria, e in questo scambio c'è un'evoluzione
incredibile".
L'intervista a Rachele Focardi andata in onda a Ticinonews:

