Fabio Regazzi
Zone “wolf free”: un’occasione mancata
Redazione
16.05.2025 08:54

Foto: ©Gabriele Putzu
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Nel corso della recente sessione straordinaria, il Consiglio
nazionale ha respinto di misura una mia mozione che chiedeva, tra le altre
cose, l'istituzione di zone "wolf free". Una decisione deplorevole
che non solo ignora la realtà quotidiana degli allevatori di montagna, ma che
contribuisce a condannare intere regioni alpine a un lento e inesorabile declino.
Mentre la politica tergiversa aspettando di vedere gli
effetti della nuova ordinanza sulla caccia (sic!), i lupi continuano a
espandersi, incuranti delle sterili discussioni politiche e delle “riformette”
legislative che hanno lo stesso effetto dell’aspirina per curare il cancro. In
Ticino, gli allevatori sono allo stremo: predazioni sempre più frequenti,
stress psicologico crescente e aziende costrette a chiudere. Secondo l'Unione
Contadini Ticinesi, molti allevatori hanno cessato l’attività e altri sono intenzionati
a farlo, logorati da una situazione oramai insostenibile. Un rapporto da poco pubblicato
e redatto dal “consulente cantonale la protezione delle greggi” Silvio
Guggiari, ha tracciato un quadro chiaro: in dodici anni, circa un terzo degli
alpeggi ticinesi è stato abbandonato (oramai ne rimangono solo un centinaio!)
La presenza incontrollata del lupo non è solo una minaccia
per l'agricoltura, ma anche per la biodiversità. L'abbandono degli alpeggi
porta all'imboschimento e alla perdita di habitat preziosi. Come evidenziato da
un recente contributo su Il Federalista, l'arrivo del lupo comporta un
lavoro supplementare non retribuito per gli allevatori e mette a rischio
prodotti tipici a base di latte di capra, proprio quelli che le cerchie
protezionistiche si vantano di promuovere.
È inaccettabile che una minoranza rumorosa di ambientalisti
da salotto e di politici appartenenti alle élites urbane ignari della realtà
rurale, imponga la propria ideologia a discapito di chi vive e lavora in
montagna. Le organizzazioni ambientaliste, con la loro posizione intransigente
e i continui ricorsi, stanno irresponsabilmente sabotando l’attività degli allevatori,
mettendo così a repentaglio l’esistenza delle comunità alpine.
La Convenzione di Berna ha recentemente declassato il lupo
da specie "strettamente protetta" a "protetta",
riconoscendo la necessità di una gestione più flessibile. Tuttavia, la Svizzera
continua a ignorare questo dato di fatto, mantenendo una politica ideologica, miope
e pavida.
È ora di dire basta. Bisogna agire con coraggio e in fretta,
ascoltando le esigenze degli allevatori quali garanti dell'economia alpestre e della
biodiversità. L'istituzione di zone "wolf free", accompagnata da
altre misure come ad es. i tiri di dissuasione, sarebbe stato un passo nella
giusta direzione per garantire un futuro alle nostre valli alpine. Peccato:
un’altra occasione mancata!

