Maria Pia Ambrosetti
Xhaka, Covid e libertà di coscienza
Redazione
25.09.2026 14:17

Foto: © KEYSTONE/Jean-Christophe Bott
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Non sono un’appassionata di calcio. In compenso lo sono
della libertà di coscienza. Ed è per questo che il caso di Granit Xhaka mi
interessa molto più di quanto mi interessino le sue prestazioni sul campo.
Il capitano della Nazionale svizzera ha ammesso di essersi
procurato nel 2022 un certificato attestante una vaccinazione contro il Covid
che in realtà non aveva ricevuto. Ha chiesto scusa e sul caso è stato aperto un
procedimento penale.
La falsificazione di un certificato resta una
falsificazione. Non è questo il punto.
Il punto è un altro, e continuare a eluderlo significa
rinunciare a capire che cosa sia realmente accaduto in quegli anni.
Perché una persona arrivò a considerare preferibile
procurarsi illegalmente un certificato piuttosto che dichiarare semplicemente:
«Non voglio vaccinarmi»?
«Potevano scegliere di non vaccinarsi»
Sul Corriere del Ticino, il dottor Marco Marano,
direttore del Centro Swiss Olympic di Manno, commentando i casi Xhaka e
Fischer, sostiene che entrambi avrebbero potuto scegliere di non sottoporsi
all’iniezione. Siamo in democrazia, osserva, nessuno era obbligato a
vaccinarsi; chi decideva di rifiutare doveva però essere coerente e «accettare
le conseguenze della propria scelta».
Ed è precisamente su queste «conseguenze» che vale la pena
soffermarsi.
In Svizzera non esisteva un obbligo vaccinale
generalizzato. Ma esisteva un sistema nel quale l’esercizio di quella libertà
poteva comportare restrizioni molto concrete nella vita sociale e
professionale.
Le assistenti di volo di Swiss che rifiutarono l’obbligo
vaccinale imposto dalla compagnia persero il lavoro. Altre persone si trovarono
di fronte a limitazioni nell’accesso a determinate attività e luoghi.
Dire che una persona è libera di rifiutare un trattamento
medico e aggiungere immediatamente che deve «accettarne le conseguenze» non
chiude dunque la discussione. Al contrario, la apre.
Quali conseguenze può legittimamente imporre una società a
chi esercita il diritto di rifiutare un trattamento medico? E soprattutto: su
quali evidenze devono poggiare?
E qui arriviamo al certificato
A distanza di cinque anni, c’è un fatto che merita di
essere ricordato: l’Agenzia europea per i medicinali ha chiarito che i vaccini
contro il Covid non furono autorizzati specificamente allo scopo di impedire la
trasmissione del virus da una persona all’altra. La loro indicazione
autorizzata riguardava la protezione della persona vaccinata contro la
malattia.
Ciò ha un significato politico e giuridico importante: il
certificato non attestava che una persona vaccinata non potesse infettarsi o
trasmettere il virus.
E allora una domanda, oggi, dovrebbe essere lecita: quanto
era giustificato attribuire a quello status conseguenze così diverse nella vita
quotidiana delle persone?
Il certificato Covid svizzero poteva essere ottenuto anche
da guariti e, secondo le regole applicabili, da persone risultate negative a un
test. La sua logica dichiarata era quella di ridurre il rischio epidemiologico,
non di garantire l’assenza assoluta di contagiosità.
Proprio per questo sarebbe utile riesaminare, alla luce dei
dati di cui disponiamo oggi, quanto fossero solide e proporzionate le misure
introdotte allora. Le misure eccezionali adottate durante una crisi non
dovrebbero diventare immuni da un esame critico una volta terminata
l’emergenza.
La «sfiducia» di Xhaka
Nell’articolo del CdT, la decisione di Xhaka viene
interpretata anche come manifestazione di una «mancanza completa di fiducia
verso il mondo sanitario e le istituzioni».
Può darsi. Ma fermarsi qui è troppo comodo.
Se un cittadino perde fiducia nelle istituzioni, non ci si
dovrebbe limitare a rimproverargli di non aver avuto abbastanza fiducia, ma
chiedersi anche perché quella fiducia sia venuta meno.
Xhaka aveva dubbi. Ha scelto una strada illegale per
sottrarsi alle conseguenze di una scelta che non voleva compiere. Di questo
risponderà personalmente. Ma il suo comportamento non cancella la questione
collettiva. Anzi, la rende ancora più evidente.
La fiducia nelle istituzioni non può essere pretesa per
decreto. E non può neppure diventare il criterio con cui distinguere il
cittadino responsabile da quello irresponsabile. La fiducia si costruisce con
la trasparenza, la possibilità di dissenso, un autentico contraddittorio, la
proporzionalità delle misure e la disponibilità a sottoporre le decisioni
pubbliche a verifica anche dopo che l’emergenza è terminata.
Non abbiamo ancora fatto davvero i conti con quegli anni
I vaccini furono autorizzati in condizioni eccezionali.
Comirnaty ottenne inizialmente un’omologazione temporanea in Svizzera mentre
ulteriori dati continuavano a essere raccolti.
Anche la sorveglianza delle sospette reazioni avverse
presenta limiti noti: Swissmedic precisa che la notifica spontanea non permette
di determinare direttamente la frequenza reale degli effetti indesiderati.
Tutto questo dimostra qualcosa di molto semplice: quelle
scelte devono poter essere riesaminate. E possibilmente non soltanto da chi
contribuì a prenderle.
Un’analisi indipendente non dovrebbe partire dalla
conclusione che le autorità abbiano agito bene o male. Dovrebbe servire
precisamente a stabilirlo, misura per misura, sulla base delle conoscenze
disponibili allora e di quelle acquisite successivamente.
Qual era il rapporto tra benefici e costi delle diverse
restrizioni?
Quanto era giustificata la distinzione tra vaccinati,
guariti, testati e persone prive di certificato?
Quanto erano solide, nei diversi momenti della pandemia, le
conoscenze sulla capacità della vaccinazione di ridurre infezione e
trasmissione?
Quanto erano solide, nelle diverse fasi della pandemia e
per le diverse fasce d’età, le evidenze alla base delle raccomandazioni
vaccinali rivolte anche a bambini e donne incinte?
E fino a dove è accettabile che lo Stato, o un datore di
lavoro, condizioni indirettamente una decisione medica attraverso restrizioni
sociali o conseguenze professionali?
Domande che meritano oggi un esame trasparente,
approfondito e indipendente.
Xhaka non è il vero problema
Possiamo rimproverare a Xhaka di aver falsificato un
certificato. Possiamo anche ritenere che avrebbe dovuto avere il coraggio di
dire apertamente «no» e assumersene le conseguenze. Ma allora dobbiamo avere il
coraggio di discutere anche quelle conseguenze.
Altrimenti la libertà di scelta rischia di ridursi a una
formula piuttosto curiosa: sei libero di scegliere, purché tu sia disposto a
pagare il prezzo che altri stabiliscono per la scelta sbagliata.
Ed è proprio quando una società è convinta di agire per
proteggere il bene collettivo che la tutela delle libertà individuali diventa
più difficile — e più necessaria.
La questione è particolarmente attuale perché la Svizzera
sta rivedendo la Legge sulle epidemie, incorporando nel nuovo quadro
legislativo anche insegnamenti e alcune disposizioni derivati dall’esperienza
del Covid.
Prima di codificare nella legge strumenti nati da quella
crisi, sarebbe ragionevole sottoporre quella stessa esperienza a un esame
trasparente, approfondito e realmente indipendente. Non per riaprire la guerra
tra vaccinati e non vaccinati. Non per trasformare Xhaka in un eroe. Ma per
ricordare una cosa molto più importante: una democrazia non dimostra la propria
solidità quando tutti sono d’accordo. La dimostra nel modo in cui tratta chi
dice di no.
Forse, allora, il caso Xhaka può ancora servire a qualcosa.
Maria Pia Ambrosetti, granconsigliera

