Massimiliano Ay
Università occupate e rettori incapaci di gestire un conflitto
Redazione
15.05.2024 16:06

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I conflitti non sono
solo naturali, ma sono anche sinonimo di dinamismo e progresso: essi, infatti,
non per forza si esplicano in violenza, ma rappresentano lo sviluppo di
contraddizioni che, a loro volta sono l’essenza di una società in cui convivono
o si scontrano interessi sociali diversi. I conflitti, insomma, se gestiti con
intelligenza e acume politico, permettono di conquistare diritti, di favorire la
partecipazione (migliorando così un processo democratico) e possono persino
favorire le scoperte scientifiche, che sarebbero invece impensabili se tutti i
ricercatori ripetessero a pappagallo quello che altri scienziati hanno
affermato prima di loro. Il conflitto lungi dal rappresentare un problema, è
dunque essenziale anche in un'istituzione accademica.
Tanti professori sono i primi a non saper gestire il conflitto
Senza il conflitto fra
gli storici, che portano avanti visioni storiografiche diverse e in contrasto
fra loro, nessuna ricerca della verità sarebbe possibile. Senza fisici o
biologi che confutino le scoperte (altrettanto scientifiche) di altri
scienziati, entrando così in conflitto con loro, ogni sviluppo della medicina
sarebbe impossibile. E invece, oggi, i primi a non accettare il conflitto, a
non saperlo gestire, sono proprio tanti professori che riempiono i rettorati
dei nostri atenei. Più che intellettuali, questi sembrano banali burocrati
governativi o al massimo dei tecnocrati. In altri tempi li avremmo definiti:
“Fachidioten”.
Incapacità di gestire un conflitto sul piano dialettico
Nel 2002 ho
temporaneamente occupato l’Università di Zurigo. Nel 2009 ho pernottato con i
ragazzi ("illegalmente" ovviamente) all’UniTobler di Berna. Il
conflitto c’era, il braccio di ferro con il rettorato non mancava così come le
trattative con la sicurezza interna all’ateneo, ma non ho mai dovuto affrontare
la Polizia perché, nel nome della libertà accademica, doveva starsene fuori
dagli stabilimenti. Ora leggo di rettori che, dopo poche ore di protesta,
invocano l’ingaggio delle forze dell’ordine; che non si fanno problemi se dei
poliziotti scorrazzano fra le aule armati, e che arrivano a far ammanettare
degli studenti che esprimevano un’opinione in un atrio (peraltro in modo
assolutamente pacifico e senza ostacolare la normale attività didattica). Altri
rettori invece sporgono denuncia per violazione di domicilio contro i loro
stessi studenti dimostrando l’incapacità di gestire un conflitto sul piano
dialettico, sia politico che educativo, come dovrebbe fare un insegnante,
portandolo invece subito sul piano giudiziario, cioè criminalizzando ogni forma
di dissenso.
Gli studenti
Gli studenti si limitano
a prendere possesso dei loro spazi per discutere su un tema relativo ai loro
studi. Le università più che “per studiare”, oggi sono fatte per servire le
aziende e i governi: multinazionali, NATO, regime sionista e istituti dell’UE
sono infatti direttamente presenti nei nostri atenei, orientando la ricerca e
interferendo nell’insegnamento. Fanno dunque bene gli studenti a denunciare
queste connessioni, perché la cooperazione accademica con Israele significa
complicità con la ricerca scientifica sfruttata proprio dall’esercito sionista
impegnato in un genocidio in Palestina. Sto esagerando? “Le Courrier” del 14
maggio apre con questo titolo: “il marito della rettrice è membro di una
società che fornisce motori a reazione per gli aerei dell'esercito israeliano”.
Ovviamente nessun conflitto d’interesse… figurarsi!
Cosa sono oggi le università?
Cos’è diventata
l’Università? Un luogo di omologazione culturale e di 'yes man' dediti al 'politically
correct' e contrari al pluralismo? Un posto in cui conta di più il modo con
cui scrivi le bibliografie che non l’originalità di una tesi di ricerca? Un
luogo in cui il perbenismo supera la coscienza critica? Questi studenti non
solo restituiscono dignità al mondo accademico ma possono vincere come successo
in Spagna (anche grazie al lavoro del Partito Comunista che sta al governo)
dove 76 università, pubbliche e private, romperanno i rapporti di cooperazione
con Israele, a meno che le autorità accademiche israeliane non esprimano «un
fermo impegno per la pace e il rispetto del diritto internazionale umanitario».
Massimiliano Ay, segretario politico del Partito Comunista

