Michel Venturelli
Unitas e accuse di abusi. Un silenzio inaccettabile
Redazione
10.01.2023 14:06

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L’audit e le conclusioni tratte dal DSS certificano
che la missione che si prefigge UNITAS è centrata. Unitas, nessuno lo contesta,
è utilissima e funziona benissimo. Alla luce dell’audit però, viene anche da chiedersi se per funzionare così bene, l’associazione necessiti di essere diretta da
personaggi i cui principi etici e morali, ma non solo, sono a dir poco opachi.
Non ne va unicamente della
reputazione di UNITAS; se UNITAS non si libera di questi dirigenti, la cui
integrità penale è oggi forse dovuta solo
ai termini di prescrizione, anche l’immagine dell’associazione - un’isola dove ci si
prende(va) spassionatamente cura di ciechi e ipovedenti - rischia di uscirne
gravemente compromessa. E questo ha evidentemente delle conseguenze anche sul
piano economico. Come non ricordare i danni subiti da Pro Juventute quando
quelle verità che oggi conosciamo vennero a
galla?
I primi ad essere preoccupati da
questi aspetti della vicenda sembrano essere proprio quegli utenti e quei
dipendenti che da marzo chiedono le dimissioni dell’intera dirigenza di
Unitas.
Dimmissioni che, nell’ottica di quello che ci
insegnano gli studi in vittimologia, sarebbero dovute.
Non ci darà torto Roberto Sandrinelli, attuale aggiunto alla direzione
della divisione dell’azione sociale e delle famiglie (DAFS), per anni segretario della
speciale commissione d’aiuto alle vittime. Sandrinelli sa che per aiutare
le persone a “guarire” dalla propria vittimizzazione è imperativo riconoscerne
lo status di vittima. Senza se e senza ma. In particolare, anche se banale è
bene ribadirlo, le vittime non devono essere obbligate ad interloquire con chi
le ha danneggiate. La tutela psico-fisica della vittima è quanto garantisce la
legge federale di aiuto alle vittime.
Chi è una vittima? Che cos’è una molestia? Un pizzicotto al
culo? Un commento a luci rosse? Nel caso di UNITAS, stando a quello che dicono
le vittime, è capitato per decenni che chi necessitava di un sostegno - un cane
guida, un appartamento, un biglietto del treno, … -
doveva andare a chiederlo a SM che, prima di allargare i cordoni della borsa,
ne approfittava a piene mani. O per lo meno ci provava. A parte la violenza
fisica vera e propria, si registra una notevole dose di violenza psicologica.
Nel caso specifico, la persona
che subisce la molestia è quella che fa la richiesta (a cui ha pure diritto) al
“molestatore”, mentre chi le molestie
le perpetra è la persona che detiene il potere di soddisfare o meno le necessità della vittima, perdipiù disabile. Non c’è bisogno di una
specializzazione in vittimologia per capire che chi subisce comportamenti del
genere, soprattutto sull’arco di decenni, possa sviluppare ansie e angosce
di cui lo Stato in primis dovrebbe prendersi cura.
Nella vicenda Unitas, ci sono
vittime che, tra le altre cose, accusano la dirigenza di gravi episodi di
mobbing, di aver coperto molestie e altri probabili reati di natura sessuale
per decenni. E, da quanto si capisce, l’audit non smentisce
queste accuse. Anzi!
Ed è questa stessa dirigenza che
oggi dovrebbe rappresentare gli interessi delle proprie vittime di fronte a
governo e popolazione. Le vittime, si ritrovano
spaesate e prese in giro. Prestandosi al gioco di Unitas, il DSS non ne tutela
gli interessi come invece dovrebbe fare; anzi: riconoscendo come interlocutori
diretti queste persone il Governo si schiera implicitamente dalla parte degli
aggressori a danno delle vittime. Vittime che difficilmente possono sentirsi
tutelate da una politica come quella adottata dal DSS. Soprattutto se a capo
degli interlocutori del dipartimento c’è un alto funzionario che è stato per
anni segretario della speciale commissione d’aiuto alle vittime.
Sembra superfluo sottolinearlo,
ma visto cosa sta accadendo è bene ribadirlo: questo non è certo il genere di
aiuto che le vittime si aspettano da parte delle autorità cantonali.
Michel Venturelli, criminologo

