Lorenzo Onderka
Un Ticino che si interroga: come siamo arrivati fin qui?
Redazione
21.11.2025 14:06

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Povertà, salari fermi, giovani che partono e conti pubblici in rosso: il
benessere del Cantone sembra in declino. Ma come si è potuti arrivare a questo
punto, e come pensano politica ed economia di affrontarlo?
Negli ultimi giorni diversi articoli della stampa cantonale hanno
toccato temi che, presi singolarmente, potrebbero sembrare scollegati: la
crescita della povertà, la disoccupazione in aumento, la stabilità del numero
di frontalieri, il calo delle nascite e le difficoltà delle finanze pubbliche
dopo l’approvazione delle iniziative sulle casse malati. Eppure, guardandoli
insieme, disegnano un quadro più ampio e inquietante: un Ticino che scivola verso
un declino del benessere diffuso.
Secondo l’Ufficio di statistica, tra il 2015 e il 2021 la povertà
reddituale è salita dal 5,1% al 6%. Dietro queste cifre ci sono famiglie e
anziani che faticano ad arrivare a fine mese, mentre i premi di cassa malati
crescono e i salari restano fermi. E senza gli aiuti sociali erogati da Comuni,
Cantone e Confederazione, il tasso di povertà sarebbe più che raddoppiato,
toccando il 14,1%. Oggi il sistema sociale è l’ultimo argine contro la povertà.
Ma con i conti pubblici in difficoltà e un deficit potenziale di 700 milioni,
cosa succederà se si dovranno tagliare proprio questi aiuti? Ridurre le
prestazioni sociali significherebbe condannare un ticinese su sette alla
povertà. Sarebbe un disastro umano prima ancora che economico.
E mentre cresce la povertà, anche il lavoro non basta più a garantire
sicurezza. In ottobre la disoccupazione ha raggiunto il 2,9% in Svizzera e il
2,7% in Ticino secondo la SECO, mentre secondo la definizione
dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) il tasso nazionale si
attesta attorno al 4,7%, mentre in Ticino al 6.7%. Il nostro mercato del lavoro
offre 240’000 impieghi, di cui 80’000 occupati da frontalieri — un terzo del
totale. A livello nazionale, i frontalieri sono 410’000 su 5,53 milioni di
impieghi, cioè meno dell’8%. Una differenza enorme, che mostra quanto la nostra
economia sia più esposta e fragile. La concorrenza è alta, i salari stagnano e
molti residenti vivono con meno.
E qui i numeri sull’occupazione si intrecciano con quelli della
demografia: se le opportunità di lavoro scarseggiano o non permettono di vivere
dignitosamente, i giovani se ne vanno altrove, alla ricerca di prospettive
migliori. Chi resta rinvia la decisione di avere figli, e il risultato è sotto
gli occhi di tutti: il Ticino è tra i cantoni con meno nascite della Svizzera,
con solo 1,16 figli per donna. Così il Cantone invecchia, le forze attive
diminuiscono e il peso del welfare ricade su spalle sempre più deboli. È un
circolo vizioso che minaccia il nostro futuro.
Come cittadino, non posso non chiedermi: che tipo di Paese stiamo
costruendo, se lavorare non basta più per vivere e mettere al mondo un figlio è
diventato un lusso? Ed è qui che arrivano le domande che pongo al Governo, ai
partiti storici con responsabilità di Governo e la maggioranza in Parlamento ed
all’Economia: Come avete potuto permettere che il benessere del Cantone
declinasse in questo modo? È davvero questa l’eredità che volete lasciare ai
giovani e alle future generazioni? E soprattutto: come pensate di affrontare
tutto questo? Perché dalla vostra risposta dipende il futuro del nostro
Cantone.
Per invertire la rotta servono posti di lavoro correttamente retribuiti
e opportunità reali per i giovani, affinché possano restare, costruire un
futuro, formare famiglie e contribuire per ridare slancio al Cantone. Perché il
benessere non si misura solo nei numeri: si misura nella fiducia di chi resta e
nella speranza di chi nasce.
Lorenzo Onderka - Simpatizzante di Avanti con Ticino&Lavoro

