Partito Comunista
Svizzera da 10 milioni? La vera battaglia è contro l’UE e la NATO! La sovranità nazionale non si difende dividendo il popolo e fomentando una guerra fra poveri!
Redazione
24.04.2026 11:14

Foto: ©Chiara Zocchetti
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A
differenza del 27 settembre 2020, quando il Partito Comunista concesse libertà
di voto sull’iniziativa “Per un’immigrazione moderata” che perlomeno aveva il
pregio di chiedere che la Svizzera disciplinasse autonomamente l’immigrazione e
che denunciasse il pessimo accordo sulla libera circolazione delle persone con
l’Unione Europea (UE), oggi ci troviamo davanti a una proposta che inserisce
nella Costituzione federale numeri massimi di abitanti in maniera arbitraria. I
sindacati hanno dunque ragione quando affermano che l’iniziativa “No a una
Svizzera da 10 milioni!”, se approvata il prossimo 14 giugno 2026,
introdurrebbe un automatismo inaccettabile a livello costituzionale, attraverso
il quale i
diritti dei lavoratori verrebbero limitati a seconda dell’evoluzione
demografica e senza tener conto dialetticamente delle effettive situazioni
sociali ed economiche. Per questo il Partito Comunista, pur consapevole che in
regime capitalista un’immigrazione di massa incontrollata comporti non
indifferenti problemi sociali, ma anche cosciente del fatto che la borghesia ha
sempre l’interesse a dividere la classe operaia attraverso una costante
campagna ideologica tendente a scaricare sui migranti le inquietudini e le
tensioni sociali dei lavoratori, non sosterrà questa proposta in votazione
popolare. Ciò premesso, non si deve cedere né alla linea idealistica dei
cosmopoliti immigrazionisti, né alla retorica filo-europeista che una parte
della sinistra sta utilizzando fornendo così inconsapevolmente un assist proprio all’UDC. La
politica migratoria si deve gestire infatti con altri metodi, agendo alla
radici: a) attenersi alla più
stretta neutralità rompendo la cooperazione con la NATO che con le sue guerre
accresce i flussi migratori; b) imporre vincoli
stringenti al padronato svizzero (compreso quello legato all’UDC) sul piano
salariale e contrattuale per impedirgli la sostituzione di manodopera con
lavoratori frontalieri e stranieri; c) rifiutare gli accordi bilaterali III e, a partire da ciò,
rinegoziare tutti i vincoli con l’UE.
La “guerra fra poveri” favorisce solo il padronato, non i lavoratori!
Colpire i
lavoratori immigrati come fa questa iniziativa popolare è sempre una scelta
odiosa: non sono infatti loro i responsabili del degrado sociale, abitativo,
ambientale ed occupazionale che stiamo vivendo in Svizzera, ma semmai chi, da
decenni, ha responsabilità di governo e continua ad attenersi alla logica
neo-liberale degli stessi iniziativisti, favorendo non l’economia ad alto
valore aggiunto basata su investimenti nella formazione, nella ricerca e
nell’innovazione, ma spingendo per uno sviluppo economico quantitativo basato
sull’importazione di manodopera sempre più sfruttabile. Dividere il popolo
fomentando la xenofobia e, di conseguenza, aizzando una “guerra fra poveri”
indebolisce infatti la forza contrattuale dell’intera classe lavoratrice (svizzera
e straniera), favorendo così esclusivamente il padronato. L’immigrazione di
massa esiste infatti perché le persone sono messe nelle condizioni di dover
scappare da situazioni di miseria che spesso è proprio l’Occidente ad aver
creato con le sue politiche di depredazione neo-coloniale e militari: pensiamo
solo alla distruzione della Jugoslavia o della Libia, voluta dalla NATO con la
complicità anche della Svizzera, e che ha generato ingenti flussi migratori.
Non fa parte della nostra tradizione né negare il diritto all’asilo a persone
perseguitate né ostacolare il ricongiungimento familiare, come richiesto invece
da questa iniziativa.
Le priorità stanno altrove
L’iniziativa
“No a una Svizzera da 10 milioni!” è un diversivo che l’UDC ha lanciato con lo scopo di aggregare a sé le classi popolari che
potenzialmente verrebbero attratte dalle proposte sociali della sinistra e di
isolare il movimento sindacale. Invece di lavorare per unire la popolazione
trasversalmente su due battaglie essenziali e prioritarie da loro stessi
sostenute, come quella per la neutralità e quella contro la riesumazione
dell’accordo quadro con l’UE, l’UDC consapevolmente si concentra sulla sua
classica proposta, divisiva, poco attuabile e genericamente ostile agli
stranieri, costringendo la popolazione di sentimenti solidali con i più
sfruttati fra i lavoratori a schierarsi diversamente. I vertici sindacali e la
sinistra dovrebbero uscire da questo vicolo cieco, rilanciando al massimo la
lotta contro gli accordi bilaterali III e schierandosi a favore dell’iniziativa
per la neutralità (che evita il coinvolgimento nelle guerre dell’UE e della
NATO), e invece stanno al gioco e adottano una retorica immigrazionista del
tutto controproducente.
La sinistra rossoverde sta facendo il gioco dell’UDC
La campagna imbastita dal PSS e dai
Verdi contro questa iniziativa risulta irresponsabile e autolesionista:
insistendo in modo acritico con la retorica ultra-europeista, la sinistra
rossoverde sta infatti spingendo i lavoratori impoveriti, e giustamente ostili
all’UE, a sostenere la proposta dell’UDC nella speranza che, tramite questa
votazione si arrivi a far saltare i nefasti accordi bilaterali fra Svizzera e
UE. Per noi questa è una scorciatoia tatticista che comprendiamo ma che non
sosteniamo, in quanto genererà un effetto di chiusura sociale e una perdita
della forza contrattuale del movimento operaio che si basa proprio sull’unità
fra i lavoratori locali e immigrati. Le dichiarazioni ingenue rilasciate dalla
sinistra rossoverde, convinta che “la fine degli accordi bilaterali metterebbe
in pericolo la protezione dei salari”, secondo cui “le misure di
accompagnamento garantiscono oggi salari e condizioni di lavoro” sono nefaste
per la credibilità della sinistra stessa e hanno solo un obiettivo: screditare
i sindacati davanti ai lavoratori e alle classi popolari, il che – ben
conoscendo gli effetti nefasti dei vincoli con l’UE – li allontana
dall’organizzazione e dalla lotta, spingendoli nelle mani della propaganda
dell’UDC che semplicemente risponde agli interessi di una parte del padronato
nazionale forse meno globalista nella retorica, ma non per questo meno
vincolato al grande capitale. Che PSS e Verdi vogliano perseguire questa via ci
è chiaro, che la vogliano imporre anche all’Unione Sindacale Svizzera è invece
suicida. Affermare senza vergogna che “la Svizzera ha bisogno di relazioni
stabili con l’Europa […] soprattutto in questo periodo di insicurezza globale”
che proprio i “volenterosi” europeisti stanno fomentando con la corsa al riarmo
e le continue provocazioni contro le nazioni emergenti (Russia, Cina, ecc.)
denota l’urgenza per il nostro Partito di fornire quadri politici nuovi e
genuini a una sinistra che altrimenti è allo sbando!
I sindacati non si accodino a PSS e Verdi e usino altre motivazioni!
Facciamo appello ai sindacati
affinché tutelino al massimo la propria indipendenza di classe e non si
pieghino ai diktat provenienti della sinistra rossoverde: non è un mistero che
una fetta consistente dei lavoratori sindacalizzati mal sopporta le mode europeiste
di una parte dei vertici sindacali che stentano a connettersi con la base per
rappresentare un ceto politico a sé stante. Invitiamo i molti sindacalisti
dediti alla nostra stessa causa a preservare la loro credibilità e a rifiutare
la retorica allarmista che incensa stupidamente le relazioni di sottomissione
della Svizzera all’UE. Il modo migliore per contrastare questa iniziativa è
spiegare che la sacrosanta sovranità nazionale non si difende dividendo il
popolo fra svizzeri e stranieri ma unendo i lavoratori contro un padronato che
fa affari grazie all’UE, alla libera circolazione dei capitali e al dumping
salariale. L’eventuale accettazione dell’iniziativa comporta infatti il rischio
che si rinunci a lavoratori stranieri residenti, ben integrati e qualificati,
sostituendoli con frontalieri (che non vengono contemplati dalla riforma)
sottopagati, con un ulteriore ovvio impoverimento soprattutto dei cantoni di
frontiera. I sindacati non devono insomma utilizzare le argomentazioni degli
europeisti e della borghesia liberale, ma esclusivamente spiegare che, ad
esempio, senza i professionisti sociosanitari provenienti dall’estero non sarà
possibile garantire un’assistenza di qualità negli ospedali, nelle case anziani
o nelle cure a domicilio; oppure che una diminuzione delle persone attive
significa minori entrate per l’AVS determinando di conseguenza una pressione
sulle rendite pensionistiche per tutti i lavoratori.
Non si strumentalizzino i sindacati per legittimare il razzismo contro i cinesi!
Leggere dichiarazioni di sindacalisti che sfruttano la loro posizione
per denigrare la Cina, legittimando così sentimenti razzisti sinofobi fra i
lavoratori, è inaccettabile! Far intendere – come dichiarato pubblicamente
dall’economista dell’USS Daniel Lampart – che bisogna chinare il capo di fronte
agli accordi bilaterali con l’UE perché “gli Stati Uniti ci voltano le spalle e la Cina aumenta la pressione
sulla nostra economia” è indecente! Non solo per il movimento operaio
organizzato gli USA non hanno mai rappresentato una soluzione (e questo da ben
prima dell’arrivo di Donald Trump e dei suoi dazi), ma soprattutto affiancarli
alla Cina, che è invece proprio quel paese emergente che permetterebbe
all’economia svizzera di diversificare i propri partner commerciali e i propri
sbocchi, consentendole quindi di diventare più forte, ben denota il livello di
propaganda liberal che si è fatto strada anche
nei vertici sindacali. Ancora peggio si fa quando, sempre Lampart a nome
dell’USS denigra la Cina tirando un improprio paragone con la peraltro già
superata politica del figlio unico.
L’incoerenza degli iniziativisti
Gli iniziativisti spiegano che l’incremento della
popolazione intacca il benessere collettivo, poiché inciderebbe ad esempio
sull’inquinamento, sul sovraffollamento dei treni e sulla disponibilità di
alloggi. Tutti questi problemi, benché reali, sono strumentalizzazioni che
rifiutiamo! Non solo l’accettazione dell’iniziativa non ne risolverebbe alcuno:
non si può essere così ingenui da credere seriamente che con l’espulsione di
qualche asilante o rifiutando un ricongiungimento familiare magicamente
aumenterebbero gli alloggi a pigione moderata per gli svizzeri, senza riforme
strutturali del nostro mercato abitativo, che è però proprio l’UDC a escludere
di principio. Questi problemi di carattere sociale vanno insomma affrontati
altrimenti: non discriminando i nostri colleghi di lavoro o i nostri compagni
di scuola privi di passaporto svizzero, ma investendo nei diritti sociali, nei
trasporti pubblici, nell’edilizia popolare; tutte misure che però sono gli
stessi iniziativisti a rifiutare ad ogni occasione utile.

