Maria Pia Ambrosetti
Sport, diplomazia e libertà giornalistica
Redazione
21.02.2026 21:47

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Il caso che ha coinvolto Stefan Renna merita una
riflessione seria. Un cronista sportivo ha ritenuto rilevante menzionare le
prese di posizione politiche pubblicamente espresse da un atleta olimpico. Se
un atleta decide di intervenire in modo esplicito su un conflitto armato, di
schierarsi, di sostenere determinate azioni o narrative, entra consapevolmente
nello spazio pubblico come soggetto politico oltre che sportivo. In quel
momento la sua figura non è più soltanto quella di un concorrente su una pista
o su un campo, ma diventa parte di un dibattito più ampio. E il dibattito
pubblico, per definizione, è materia giornalistica.
La reazione della RTS, con la presa di distanza e la
rimozione del video dopo l’intervento dell’ambasciatore d’Israele in Svizzera,
solleva interrogativi più profondi del contenuto specifico del commento. Il
servizio pubblico non è un organismo neutro nel senso di asettico; è chiamato a
esercitare indipendenza. E l’indipendenza non si misura quando si raccontano
risultati sportivi, ma quando emergono tensioni politiche, diplomatiche o
ideologiche. Se una redazione modifica o cancella un contenuto perché una
rappresentanza diplomatica lo considera inappropriato, la questione non
riguarda più soltanto l’opportunità di una frase, ma la tenuta dell’autonomia
editoriale.
Un atleta è libero di esprimere le proprie convinzioni,
anche le più controverse. Questa libertà è parte integrante delle società
democratiche. Ma la libertà di parola non è selettiva: vale anche per chi
riporta quelle dichiarazioni. Se le prese di posizione sono documentate e
pubbliche, citarle rientra nel diritto di cronaca. L’alternativa sarebbe
pretendere che il giornalismo sportivo si muova in una bolla artificiale, come
se lo sport fosse impermeabile alla politica, quando la storia dimostra esattamente
il contrario. Dalle Olimpiadi della Guerra fredda ai boicottaggi, dalle
campagne contro il razzismo alle prese di posizione su conflitti contemporanei,
lo sport è da decenni un terreno di espressione simbolica e politica.
Ciò che inquieta non è tanto la polemica in sé, quanto il
doppio standard che spesso emerge. Quando un atleta sostiene una causa ritenuta
moralmente accettabile dal mainstream occidentale, la sua voce viene
amplificata e celebrata. Quando invece le sue parole toccano equilibri
geopolitici sensibili o mettono in discussione narrative dominanti,
improvvisamente si invoca la “deontologia”, come se la neutralità significasse
silenzio selettivo. Il servizio pubblico dovrebbe sottrarsi a questa logica
oscillante e applicare criteri coerenti: verifica dei fatti,
contestualizzazione, proporzionalità. Non protezione preventiva da reazioni
politiche.
Il punto centrale, quindi, non è stabilire se si
condividano o meno le opinioni attribuite all’atleta, né trasformare una
cronaca sportiva in un tribunale morale. Il punto è capire se un giornalista
possa ancora menzionare elementi di contesto politicamente scomodi senza che
l’emittente scelga di distanziarsene per ragioni di opportunità diplomatica. In
una società pluralista la credibilità dei media non nasce dall’assenza di
attriti, ma dalla capacità di mantenere una linea coerente anche quando la pressione
aumenta.
Se il commento fosse stato inesatto o privo di fondamento,
la risposta corretta sarebbe stata una rettifica motivata. Se invece si
trattava di dichiarazioni effettivamente rese pubbliche, la rimozione del
contenuto appare come un gesto di prudenza eccessiva che rischia di trasmettere
un messaggio ambiguo: alcune sensibilità meritano tutela speciale, altre no. È
proprio questo tipo di percezione che alimenta la sfiducia verso il servizio
pubblico.
Difendere Stefan Renna, in questo contesto, significa
difendere la possibilità di fare informazione completa anche quando la realtà è
conflittuale. Significa ricordare che l’autonomia editoriale non è un principio
astratto da evocare nei convegni, ma una pratica quotidiana che si dimostra
nelle scelte concrete. Uno Stato democratico non teme che un cronista ricordi
al pubblico che lo sport e la politica si intrecciano. Teme piuttosto
l’abitudine alla rimozione preventiva di ciò che disturba.
Maria Pia Ambrosetti

