Stefano Dias
Smartphone vietati da portare a scuola? Un like alla semplicità, ma non alla complessità del problema
Redazione
24.07.2025 06:22

Foto: ©Chiara Zocchetti
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La
politica ticinese, sempre più spesso, sembra un grande deserto dei tartari: si
aspetta qualcosa che non arriva mai, e nell’attesa ci si accontenta di proclami
massimalisti, polemiche sterili e crociate simboliche. In mancanza di una
visione concreta sul futuro del Cantone – scuola, lavoro, ambiente, giovani –
ci si butta su temi semplici, da bar, che fanno rumore senza spostare davvero
nulla. È una politica che galleggia, in cerca del titolo sui giornali o del
post virale, più che di soluzioni strutturate. Ieri era il lupo, oggi lo
smartphone, domani l’Unione Europea: il nemico del giorno è sempre pronto,
serve solo cambiare locandina.
Ci
tengo a dirlo, quella che segue è la mia opinione personale. All’interno del
mio partito – i Verdi Liberali – esistono sensibilità diverse sul tema e un
dibattito aperto. Io invece credo che vietare completamente lo smartphone a
scuola non sia la risposta più efficace al disagio giovanile. Che gli
smartphone abbiano un impatto sulla vita dei più giovani è fuori discussione.
Che siano l’unico responsabile del disagio giovanile, francamente NO! Il
malessere che tanti ragazzi vivono oggi nasce da un intreccio complesso di
fattori: ci sono le pressioni scolastiche e familiari, insicurezze
personali e sociali, la paura del futuro e le incertezze lavorative, la
solitudine reale (non solo digitale), ma anche la mancanza di spazi di ascolto
e dialogo, e spesso anche da modelli sociali irraggiungibili veicolati dagli
adulti stessi proprio tramite i social media. Lo smartphone può diventare un
amplificatore di tutto ciò, ma non è la causa originaria, perché l’algoritmo ci
fa vedere solo quello che ci piace.
Eppure, eccoci di nuovo a parlare di divieti
assoluti nel 2025. Questa volta è il Centro a lanciare una proposta popolare
per vietare i telefoni a scuola a tutti i ragazzi sotto i 16 anni. Addirittura
non si potrebbe nemmeno portarli da casa, zaino incluso. Proibito! Chissà chi
controllerà …?
Curiosamente,
la proposta è stata lanciata con un video… sui social, fatto con uno
smartphone. E qui un sorriso scappa: vietiamo gli smartphone giovani, ma per
dirvelo usiamo Instagram, con il volto simpatico e rassicurante di Giorgio
Fonio – che stimo molto come politico, ma che in questo caso si è prestato a un
paradosso perfetto. Sarebbe come proporre il divieto dei dolci girando lo spot
dentro una pasticceria e mangiando la ciambella piena di cioccolato! Assurdo
appunto!
Ma
veniamo al merito. Perché dietro la semplicità del “vietiamo e tutto si
risolve” si nasconde una realtà molto più complessa. Lo dicono anche gli studi
scientifici più autorevoli, da Nature Human Behaviour al Journal of
Adolescence: i divieti assoluti possono generare l’effetto opposto,
aumentando l’attrattiva dell’oggetto proibito. Si chiama forbidden fruit
effect, ed è lo stesso principio per cui, quando si vieta qualcosa in modo
rigido, molti adolescenti si ingegnano per farlo di nascosto. E con maggiore
intensità.
Inoltre,
il DECS in Ticino ha già regolamentato l’uso dei dispositivi nelle scuole dal
2020: telefoni spenti e non visibili nell’intero perimetro scolastico, con la
possibilità per ogni istituto (o docente) di applicare regole anche più severe.
Di fatto, nelle scuole medie i telefoni stanno negli zaini o negli armadietti.
Quindi: che cosa cambierebbe davvero con il divieto proposto dal Centro? Sembra
più un’operazione di marketing che una vera misura educativa.
Lo
smartphone può causare problemi, certo. Ma la scienza suggerisce che è il tipo
di utilizzo a fare la differenza: l’uso passivo (scroll infinito) ha effetti
più negativi rispetto all’uso attivo (chat, creazione, interazione sociale). E
non dimentichiamolo: lo smartphone, usato consapevolmente, è anche un ponte
verso il mondo. Per tanti giovani significa poter restare in contatto con amici
e coetanei lontani, coltivare relazioni oltre i confini del proprio quartiere o
paese. A differenza di quando ero ragazzo io – dove il mondo finiva in fondo
alla strada – oggi una ragazza in Valle di Blenio può discutere di ecologia o
arte con una sua coetanea di Roma, Berlino o Buenos Aires. Può imparare una
lingua, trovare una community, scoprire che non è sola. Anche questo è
crescita.
E
proprio qui si apre un tema più interessante: vale forse la pena discutere
seriamente di un divieto – o almeno di un accesso regolato – alle app che si
basano esclusivamente sullo scroll infinito, come TikTok, Instagram Reels o
simili, che sono progettate per stimolare un uso compulsivo (anche e
soprattutto degli adulti)!
In
Paesi come l’Australia, per esempio, si sta lavorando a soluzioni che limitino
o vietino l’accesso a determinati social media sotto i 16 anni, attraverso
sistemi di verifica dell’età obbligatoria e registrazione elettronica. E in
attesa di soluzioni sistemiche, esiste già una misura concreta e disponibile:
il controllo parentale, che permette ai genitori di bloccare l’uso di
specifiche app sui dispositivi dei figli. È uno strumento poco utilizzato, ma
molto efficace se integrato con un dialogo familiare aperto e continuo. Inoltre
proprio ieri Meta (proprietaria di Instagram) ha annunciato nuove regole di
sicurezza proprio per Instagram che rappresentano un importante passo avanti
verso una socialità digitale più sicura per adolescenti e minori.
Infine,
c’è una domanda che dovremmo porci con onestà: vogliamo davvero tutelare i
giovani o semplicemente sentirci meglio con un divieto simbolico? Perché
vietare lo smartphone a scuola, senza affrontare quello che succede fuori –
nella solitudine delle camerette, nel silenzio degli adulti, nell’assenza di
educazione digitale – rischia di essere solo un’illusione di controllo per
darci la pacca sulle spalle e prendersi i voti alle prossime elezioni.
E
allora sì, cari promotori della proposta: mettiamo pure un like al vostro video
social che farà tante visualizzazioni. Ma per risolvere davvero i problemi dei
ragazzi, ci vuole molto più di un hashtag anti-smartphone e forse sarebbe il
caso di chiedere ai diretti interessati cosa ne pensano prima no ?
Stefano
Dias

