Stefano Dias
Smartphone: divieto assoluto? Un falso rimedio
Redazione
02.09.2025 18:50

Foto: ©Chiara Zocchetti
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Negli ultimi giorni il dibattito sugli smartphone a scuola si è riacceso e oggi è stata
presentata un’iniziativa popolare dal titolo eloquente: “Smartphone:
a scuola no!”. L’obiettivo dichiarato è trasformare in legge
vincolante ciò che finora era solo una direttiva dipartimentale, estendendo il
divieto a tutte le scuole dell’obbligo: dall’infanzia alle elementari fino alle
scuole medie. L’idea è semplice: niente telefoni negli istituti scolastici, dal
mattino fino al termine delle lezioni, in modo che non siano disponibili né in
classe, né durante le pause, né al termine della scuola.
I promotori sostengono che l’uso spasmodico dei cellulari in età precoce
provochi disturbi dell’attenzione, difficoltà di concentrazione e ostacoli alla
socializzazione. Argomentazioni che trovano eco anche in alcuni studi
scientifici e nelle osservazioni dei pediatri. A queste preoccupazioni si
aggiungono ora dati di portata mondiale: uno studio pubblicato nel luglio 2025 sulla rivista
scientifica Journal of
Human Development and Capabilities, basato su oltre due milioni
di individui in 163 paesi, conferma con chiarezza gli effetti negativi di un
possesso precoce dello smartphone. I giovani che hanno ricevuto il primo
dispositivo a 12 anni o prima mostrano oggi sintomi di aggressività, pensieri
suicidari, distacco dalla realtà, difficoltà nel controllo delle emozioni e
bassa autostima. Non si tratta più solo di percezioni o aneddoti, ma di dati
oggettivi.
Il problema però, spiegano i ricercatori, non è lo smartphone in sé, ma
l’accesso illimitato e precoce ai social network, con algoritmi che amplificano
contenuti nocivi, alimentano confronti tossici e compromettono attività
fondamentali come il sonno e le relazioni dirette. Eppure, nonostante la forza
di queste evidenze, la strada scelta dall’iniziativa in Ticino resta la più
drastica: il divieto assoluto. Un approccio che nessun altro cantone svizzero
ha adottato. A Zurigo, Lucerna, Berna e San Gallo le restrizioni esistono, ma
sono proporzionate; nei cantoni romandi, come Vaud e Ginevra, si punta
soprattutto all’educazione digitale.
Proprio la ricerca scientifica suggerisce un approccio diverso da quello del
divieto totale. Gli studiosi invitano a rafforzare i programmi di educazione
digitale e di salute mentale, a introdurre limiti di età più chiari e realmente
applicati per l’uso dei social, e a rendere le aziende tecnologiche
responsabili dei danni che i loro prodotti causano, come già avviene con alcol
e tabacco. Propongono inoltre di favorire soluzioni intermedie, come telefoni
semplificati per i più piccoli, che permettano solo chiamate e messaggi. Non si
tratta quindi di dire semplicemente “vietato”, ma di costruire regole e
strumenti che preparino i ragazzi ad affrontare in modo consapevole e sicuro il
mondo digitale in cui vivranno. Vietare, invece, rischia di diventare un paternalismo
fine a sé stesso.
Vietare non significa educare, significa sostituirsi alle famiglie e agli
insegnanti, trattando i cittadini come incapaci di autoregolarsi. È un
approccio che richiama un modello patriarcale di “padre padrone”, dove lo Stato
decide dall’alto cosa sia giusto o sbagliato, punendo e vietando invece di
accompagnare e responsabilizzare. Come ha sottolineato Ilario Lodi in
un’intervista al Corriere del Ticino, il divieto assoluto equivale a una resa
educativa: significa ammettere che non siamo in grado di formare i giovani,
preferendo semplicemente proibire.
Ci sono poi i problemi concreti e pratici: chi controllerà ogni mattina che
nessuno porti lo smartphone a scuola? Gli insegnanti dovranno trasformarsi in
guardiani, con il rischio di minare i rapporti di fiducia con famiglie e
studenti. E ancora: è giusto penalizzare i genitori che educano
responsabilmente i propri figli all’uso equilibrato della tecnologia, imponendo
loro lo stesso divieto valido per chi invece non lo fa? Non si tratta solo di
un’ingerenza nelle scelte educative delle famiglie, ma anche di una restrizione
diretta della libertà personale dei ragazzi stessi.
In questo quadro, non va dimenticato che il DECS sta già lavorando in una
direzione costruttiva. Negli ultimi mesi ha intensificato i progetti di
promozione del benessere digitale, con l’obiettivo di rafforzare l’educazione
all’uso consapevole, sicuro e responsabile delle nuove tecnologie, costruendo
un patto con le famiglie e garantendo che la scuola resti un luogo di
socializzazione e scambio umano. Dopo un’analisi delle esperienze nelle 36 sedi
delle scuole medie, il Dipartimento ha presentato l’intenzione di estendere e
adattare le regole anche alle scuole comunali, in stretta collaborazione con
autorità scolastiche, genitori e insegnanti, con un orizzonte di
implementazione già fissato per l’autunno 2025.
Introdurre ora un divieto assoluto, in questo contesto, non solo rischia di
contraddire e vanificare questo percorso educativo, ma scarica tutto il peso
sulle famiglie. Perché una volta che i ragazzi – specie i più grandi – saranno
in cameretta, lontani dallo sguardo di docenti e genitori, chi li controllerà
se non sono stati educati a gestire responsabilmente lo strumento? Un divieto
imposto dall’alto non li prepara alla vita reale, ma li lascia soli, senza
strumenti, in balia di algoritmi progettati per manipolarli, quelli si
il vero problema da combattere.
Il Ticino non può permettersi di diventare il cantone del divieto assoluto.
Sarebbe un errore educativo, culturale e politico. La vera domanda non è come
vietare i telefoni, ma come insegnare ai giovani (e non solo) a usarli bene,
costruendo regole intelligenti, programmi educativi solidi e un’alleanza
scuola-famiglie che dia strumenti concreti ai ragazzi per affrontare il mondo
digitale.
E una nota finale non può mancare: c’è un paradosso difficile da ignorare.
Mentre propongono di bandire i cellulari dalle scuole, i promotori di questa
iniziativa inondano i social media di fotografie, video e contenuti personali
per sostenerla. Un po’ come combattere il fumo con la sigaretta accesa in mano:
è dall’esempio degli adulti che inizia l’educazione.

