Maria Pia Ambrosetti
Smartphone bocciati, tablet promossi: la contraddizione della scuola digitale
Redazione
30.03.2026 10:20

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Da oggi, 30 marzo, entra in vigore in Ticino il divieto
esteso degli smartphone in tutta la scuola dell’obbligo. Le nuove direttive del
Dipartimento dell’educazione prevedono che i dispositivi personali siano sempre
spenti e non visibili per l’intera durata delle attività scolastiche. La
motivazione è esplicita: l’uso eccessivo dei dispositivi digitali rappresenta
un problema di salute pubblica e incide negativamente sulla concentrazione e
sulle relazioni sociali degli allievi.
Si tratta di una decisione importante, che riconosce
finalmente un dato ormai evidente: la presenza costante degli schermi nella
vita dei giovani non è neutra, ma ha conseguenze cognitive, sociali ed
educative. Tuttavia, proprio questa presa di coscienza solleva una domanda
inevitabile: se il digitale è un problema, perché la nostra scuola continua a
promuoverlo attraverso tablet, piattaforme e didattica digitalizzata, quando in
paesi come la Svezia e la Danimarca, precursori della digitalizzazione, si sta facendo
marcia indietro?
È qui che emerge una contraddizione sempre più difficile da
ignorare.
Da un lato, si vietano gli smartphone perché distraggono,
frammentano l’attenzione e ostacolano l’apprendimento. Dall’altro, si
consegnano agli studenti strumenti digitali analoghi — i tablet — sostenendo
che, se usati “a fini didattici”, diventano improvvisamente utili. Ma questa
distinzione regge davvero?
Il neuroscienziato Michel Desmurget, nel libro La
fabrique du crétin digital (La fabbrica del cretino digitale) contesta
proprio questo presupposto. Secondo le ricerche che cita, l’esposizione agli
schermi non migliora le capacità cognitive degli studenti, ma tende a ridurre
l’attenzione, la memoria e la qualità dell’apprendimento. In particolare,
Desmurget smonta il mito secondo cui il digitale renderebbe gli studenti più
competenti: al contrario, l’uso intensivo degli schermi è associato a risultati
scolastici peggiori e a una maggiore superficialità nella comprensione dei
contenuti.
A queste conclusioni si aggiungono quelle della 7ª
Commissione del Senato italiano, che ha affrontato il tema in modo diretto e
senza ambiguità. Nel suo rapporto si afferma che «non è esagerato dire che il
digitale sta decerebrando le nuove generazioni». Una formulazione forte, ma
accompagnata da una spiegazione precisa: «il cervello agisce come un muscolo e
si sviluppa in base all’uso che se ne fa», mentre l’uso dei dispositivi
digitali — così come la scrittura su tastiera elettronica al posto della scrittura
a mano — non sollecita adeguatamente le funzioni cognitive. In altre parole,
non è solo una questione di distrazione, ma di sviluppo cerebrale.
Il problema, dunque, non è semplicemente lo smartphone, ma
il modello educativo nel suo complesso. Se si riconosce che l’eccesso di
digitale è dannoso, la questione non può essere limitata al dispositivo
personale. Occorre interrogarsi sul ruolo stesso della tecnologia
nell’apprendimento.
In questo senso, la scuola potrebbe svolgere una funzione
diversa: non amplificare l’esposizione digitale già presente nella vita
quotidiana degli studenti, ma compensarla, privilegiando la lettura su carta,
la scrittura manuale, la concentrazione prolungata e l’interazione diretta. In
altre parole, offrire ciò che oggi manca.
Vi è poi un aspetto raramente affrontato: quello dei costi,
sia per gli elevati consumi energetici che per la messa in opera della
tecnologia. La digitalizzazione della scuola implica investimenti significativi
in dispositivi, infrastrutture e manutenzione, senza che esista un consenso
scientifico chiaro sui benefici educativi. In un contesto di risorse pubbliche
limitate, la domanda è legittima: ha senso continuare a investire in una
direzione i cui effetti sono quantomeno controversi?
Il divieto degli smartphone rappresenta dunque un primo
passo, ma rischia di restare una misura parziale se non viene accompagnato da
una riflessione più ampia. Perché il vero nodo non è quale dispositivo vietare,
ma quale idea di scuola si vuole costruire.
Alla luce di queste considerazioni, una domanda si impone
anche per il nostro Cantone: a quando una valutazione seria, indipendente e
basata su evidenze dell’impatto del digitale nella scuola ticinese?
È tempo di uscire dalle ambiguità. Non si può da un lato
riconoscere che il digitale compromette attenzione, apprendimento e sviluppo
cognitivo, e dall’altro continuare a introdurlo sistematicamente nelle aule.
Prima di proseguire su questa strada — e di investire
ulteriori risorse pubbliche in un modello educativo sempre più digitalizzato —
è necessario fermarsi e verificare. Non tra qualche anno, ma ora.
Perché qui non è in gioco una semplice scelta didattica, ma
la formazione intellettuale delle nuove generazioni. E su questo non sono
ammesse sperimentazioni alla cieca.
Maria Pia Ambrosetti, granconsigliera per HelvEthica Ticino

