Adam Barbato-Shoufani
Servizio civile contro la militarizzazione della società: sostegno al referendum!
Redazione
30.10.2025 08:28

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Quella per il diritto all’obiezione di coscienza è una delle
lotte più importanti che il movimento antimilitarista svizzero ha portato
avanti dal secondo dopoguerra a oggi. È la conquista del diritto di avere
un’alternativa che consenta ai giovani di mettersi al servizio della
collettività senza dover imbracciare un fucile.
Allo stesso tempo, la difesa di questo diritto è parte
integrante della difesa della neutralità svizzera: una neutralità oggi sempre
più minacciata dalle pressioni dell’Unione Europea e della NATO, che cercano di
trascinare anche il nostro Paese nella loro logica di riarmo e contrapposizione
militare ai paesi emergenti.
Una conquista tanto importante quanto fragile, che ormai da anni
subisce i duri colpi delle politiche di una parte della nostra classe
dirigente, accecata dalla volontà di militarizzare la società seguendo
l’esempio delle politiche guerrafondaie di UE e NATO.
Nei paesi europei a noi limitrofi il percorso di questa
militarizzazione è ben chiaro: si comincia con la paradossale retorica della
sicurezza che si può ottenere solo con il riarmo, si rafforza il potere
finanziario, militare e politico dell’esercito e si spingono i giovani a
confluire in massa in questa istituzione con le più svariate misure. In
Svizzera tale processo è già visibile non solo nelle preoccupanti parole del
nostro capo dell’esercito, Thomas Süssli, che mesi fa proponeva di mandare 200
soldati svizzeri in Ucraina, ma anche, e soprattutto, nella lista di misure con
cui il nostro governo intende disincentivare la scelta del Servizio civile.
Una lista contro la quale la Federazione per il servizio civile,
Civiva, ha recentemente lanciato un referendum che, come Gioventù Comunista,
sosteniamo e promuoviamo. Il sostegno della Gioventù Comunista è non solo
morale, ma anche strategico, nella difesa di coloro che vogliamo difendere: i
giovani del nostro Paese. La militarizzazione della società ci colpisce infatti
su più fronti, proseguendo una lunga serie di misure economiche e politiche che
già penalizzano i giovani. L’accrescimento forzato di un esercito già
sovradimensionato richiederebbe inevitabilmente ulteriori spese governative, e
coloro a cui verrebbero svuotate le tasche saranno, come sempre, gli studenti —
come già accade regolarmente ogni volta che la maggioranza borghese del governo
deve riaggiustare le finanze del Cantone e del Paese.
Ma il problema non è solo economico: è anche umano e sociale. Le
proposte formulate rappresentano un evidente schiaffo alla volontà dei giovani.
Se abbiamo un esercito “dissanguato” (una retorica fallace dato che il numero
di civilisti non mina affatto il numero di effettivi necessari) nel
numero di nuove reclute, sarebbe allora il caso di riflettere sulle cause
effettive di tale condizione — fra le quali rientrano i regolari abusi di
ufficiali, troppo spesso insabbiati in una totale mancanza di trasparenza, la
struttura di controllo gerarchico che incide negativamente sul benessere
psicofisico delle reclute, e molte altre ancora.
Per raccogliere l’evidente volontà dei giovani di non essere
integrati in un sistema abusante come quello del nostro esercito, esistono due
modi razionali di agire: il primo è quello di rafforzare il Servizio civile,
ampliando e radicando sul territorio i servizi che i civilisti possono offrire
e migliorandone le condizioni di lavoro; il secondo è lavorare per un
cambiamento strutturale e profondo del nostro esercito, che persegua una sua
riforma democratica, una formazione degli ufficiali più attenta alle sensibilità
dei giovani e una più ampia trasparenza nei processi giuridici in caso di
controversie.
Eppure, invece di affrontare questi problemi, il nostro governo
propone misure che vanno nella direzione opposta, aumentando l’altezza di quel
tappeto sotto cui da tempo si nascondono i problemi strutturali del nostro
esercito e delle dinamiche sociali al suo interno. Questa deriva non nasce nel
vuoto: è il riflesso diretto delle logiche di potenza promosse da UE e NATO,
che spingono verso un riarmo generalizzato in nome di una falsa sicurezza
collettiva. Procedere verso una forzata militarizzazione dei giovani, seguendo
le assurde politiche di riarmo di UE e NATO, rischia di farci cadere nello
stesso abisso guerrafondaio che oggi minaccia di trascinare l’Europa in un
conflitto globale.
In questo senso, coloro che affermano che tale processo sia
spinto da una non meglio definita “difesa della patria” o dagli “interessi
nazionali” si coprono di ridicolo. Dobbiamo infatti constatare con amarezza
come il nostro esercito stia ormai da anni subendo un processo di asservimento
alla NATO e all’UE, i cui propositi, sia storicamente sia attualmente, sono
tutto fuorché pacifici o difensivi. Già oggi abbiamo soldati svizzeri che
prendono ordini da organi dell’Alleanza Atlantica come la KFOR in Kosovo, per
non parlare poi del “Warkeeping” in Ucraina, travestito da “Peacekeeping”,
proposto da Süssli.
Tale asservimento, se dovesse tradursi in una vera e propria
integrazione del nostro Paese all’interno di forze imperialiste come la NATO,
rischierebbe di trasformare le nuove reclute tanto volute dal nostro governo in
carne da macello da mandare al fronte, in un futuro che potrebbe essere più
vicino di quanto pensiamo.
Chi oggi dipinge la militarizzazione della società come un mezzo
per difendere l’indipendenza del Paese da una non meglio definita forza nemica
esterna o per perseguire gli interessi nazionali mente: la sovranità nazionale
si difende con la neutralità di fronte alle alleanze straniere, dalla quale
discende la sovranità popolare. Solo una Svizzera realmente neutrale, non
subordinata ad alleanze militari, può garantire che le sue scelte — anche in
materia di difesa — rispondano alla volontà del popolo e non a interessi
stranieri.
Ed è proprio la sovranità popolare che dovrà dare una risposta
decisa contro lo smantellamento del Servizio civile che il nostro governo vuole
sciaguratamente intraprendere. Per questo la Gioventù Comunista sarà in prima
linea nella campagna referendaria, per difendere il diritto al Servizio civile
e per proseguire la lotta antimilitarista che da sempre ci appartiene. Vogliamo
una Svizzera che investa nei giovani, nella solidarietà e nella cooperazione
civile, non nell’industria delle armi.
Adam Barbato-Shoufani, coordinatore della Gioventù Comunista

