Maria Pia Ambrosetti
Scuola digitale in Ticino: progresso o dogma?
Redazione
15.04.2026 07:02

Il presente contributo è l’opinione personale di chi lo ha redatto e non impegna la linea editoriale di Ticinonews.ch. I contributi vengono pubblicati in ordine di ricezione. La redazione si riserva la facoltà di non pubblicare un contenuto o di rimuoverlo in un secondo tempo. In particolare, non verranno pubblicati testi anonimi, incomprensibili o giudicati lesivi. I contributi sono da inviare a [email protected] con tutti i dati che permettano anche l’eventuale verifica dell’attendibilità.
Negli ultimi anni la scuola ticinese è stata profondamente
trasformata dalla digitalizzazione, presentata come inevitabile. Termini come
«NetworkID» o «piattaforme educative» descrivono un cambiamento strutturale che
merita un esame critico.
Il NetworkID è un identificativo digitale assegnato a ogni
allievo, esteso anche alla scuola dell’infanzia. È una chiave di accesso a
piattaforme, cloud e strumenti di comunicazione: un elemento tecnico che apre
però a un intero ecosistema digitale.
I costi sono rilevanti: oltre 60 milioni di franchi tra
prima e seconda fase, a cui si sommano spese ricorrenti per infrastrutture,
dispositivi, licenze, formazione e personale (CERDD). A ciò si aggiunge il
consumo energetico: server, WiFi e apparecchi attivi in tutte le sedi
scolastiche. Colpisce come, su altri fronti, il tema ambientale susciti
mobilitazioni immediate, mentre l’impatto energetico crescente della
digitalizzazione — anche in ambito scolastico — resti sostanzialmente fuori dal
radar, una selettività che meriterebbe almeno una riflessione.
L’accelerazione è avvenuta durante il lockdown COVID-19,
quando si è reso indispensabile l’uso del digitale. Come spesso accade, molte
soluzioni introdotte in emergenza sono poi diventate permanenti, senza un vero
dibattito pubblico.
I genitori sono stati informati nel merito? È stato spiegato
cosa significa creare un’identità digitale per bambini molto piccoli? Oppure si
è proceduto assumendo che «digitale = progresso»?
Sul piano della scelta, sottrarsi è difficile: pur non
essendo sempre obbligatorio formalmente, il sistema rende complicata
l’esclusione senza conseguenze pratiche. La digitalizzazione non è più uno
strumento, ma un orizzonte dato. Non si discute se, quando e quanto introdurla:
si implementa e basta.
Nel frattempo, cresce la letteratura critica, come La
fabrique du crétin digital, che evidenzia possibili effetti
dell’esposizione precoce agli schermi su attenzione, linguaggio e sviluppo
cognitivo. Questo dibattito appare del tutto ignorato nelle decisioni del DECS.
La scuola vieta gli smartphone ma introduce il digitale fin
dalla prima infanzia, giustificando la differenza tra uso libero e uso guidato.
Resta però il dubbio sulla reale comprensibilità di questa distinzione per i
bambini.
Sul piano sanitario, la diffusione del WiFi implica
un’esposizione continua ai campi elettromagnetici, a scuola e a casa. La
letteratura scientifica non è univoca, ma il principio di precauzione
suggerirebbe monitoraggi indipendenti. Esistono inoltre segnalazioni di
elettrosensibilità, fenomeno non trascurabile in costante crescita. Chi si
assume la responsabilità in caso di effetti a lungo termine sulla salute?
Non si tratta di rifiutare la tecnologia, ma di evitare
l’equazione automatica tra innovazione e progresso educativo. La questione è
politica e culturale: chi decide la direzione della scuola, su quali basi e con
quale coinvolgimento delle famiglie?
Senza risposte, la digitalizzazione continuerà ad avanzare
non come scelta condivisa, ma come processo imposto dall’alto, difficilmente
reversibile. Il rischio non è solo economico o sanitario-ambientale, ma profondamente
educativo, il che preoccupa un certo numero di genitori consapevoli.
Maria Pia Ambrosetti - granconsigliera

