Lorenzo Onderka
Salario minimo in Ticino: compromesso trovato, ma basta davvero?
Redazione
20.03.2026 16:30

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Per una volta, diciamolo senza
ironia: vedere la politica ticinese trovare un compromesso è una buona notizia.
Dopo anni di discussioni infinite e posizioni rigide, il fatto che si sia riusciti
a costruire un accordo sul salario minimo è qualcosa che va riconosciuto.
Perché, alla fine, le persone chiedono anche questo: meno scontri, più
soluzioni.
Eppure, proprio perché si tratta
di un compromesso, qualche domanda resta. È davvero il punto di arrivo giusto,
oppure semplicemente il punto di incontro possibile?
Non è un mistero che una votazione
popolare sull’iniziativa del PS — quella che puntava a un salario minimo più
elevato, inserita in una visione più ampia di “salario sociale” — avrebbe
potuto portare a un risultato diverso, forse più incisivo. E allora è legittimo
chiedersi se questa intesa nasca solo dalla volontà di migliorare la
situazione, oppure anche dal bisogno di evitare un esito più impegnativo —
soprattutto per il mondo economico. Non è una critica, è una dinamica
comprensibile. Ma resta una domanda aperta.
Il vero banco di prova, però, non
è nei palazzi. È nella vita quotidiana.
Oggi vivere in Ticino costa sempre
di più. Gli affitti salgono, i premi di cassa malati aumentano, e ogni anno
sembra che serva un po’ di più solo per restare dove si è. In questo contesto,
un aumento del salario minimo — distribuito su più anni — può davvero essere
percepito come un miglioramento? Oppure è semplicemente un modo per perdere un
po’ meno terreno? Per molti, la sensazione è proprio questa: non andare avanti,
ma cercare di non restare indietro.
E poi c’è un aspetto che spesso
resta sullo sfondo, ma che oggi pesa sempre di più: la stabilità del lavoro.
Sempre meno persone lavorano davvero al 100%, sempre più contratti sono
frammentati, incerti, temporanei. In questa realtà, parlare di salario minimo
“a tempo pieno” rischia di essere, almeno in parte, una misura teorica.
Forse allora vale la pena fermarsi
un attimo e porsi una domanda semplice, ma scomoda: chi sostiene questo
compromesso — in politica come nell’economia — riuscirebbe a viverci? Qui,
oggi, con i costi reali e con le incertezze che molti lavoratori conoscono
bene.
Non è una provocazione. È un
esercizio di realtà.
E poi c’è una questione ancora più
grande, che riguarda il futuro del Ticino. Questo salario minimo sarà
sufficiente per convincere i giovani a restare? Per dare loro la sensazione che
costruire una vita qui sia davvero possibile? Oppure continueremo a vedere
partire competenze, energie, prospettive? E allo stesso tempo: sarà abbastanza
attrattivo per chi dovrebbe venire da fuori, in un Cantone che già oggi fatica
a trovare personale e che, nei prossimi anni, dovrà confrontarsi con una
natalità sempre più debole?
Il compromesso raggiunto è, senza
dubbio, un passo avanti. Ma resta una domanda, forse la più importante: è un
passo che cambia davvero la direzione — o semplicemente un passo che ci
permette di resistere un po’ più a lungo?
Perché tra trovare un accordo e
costruire un futuro, a volte, la distanza è ancora tutta da colmare.
Lorenzo Onderka, Simpatizzante di Avanti con
Ticino&Lavoro

