Francesco Helbling
Ripetizioni di storia per Beat Jans
Redazione
21.06.2025 16:47

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Le recenti dichiarazioni del Consigliere
federale Beat Jans (PSS), secondo cui il nuovo pacchetto di accordi tra
Svizzera e Unione Europea sarebbe paragonabile al Patto del Grütli, sono non
solo incoerenti, ma una vera e propria offesa all’intelligenza degli svizzeri.
Di seguito verranno messe in evidenza le gravi contraddizioni di questa
dichiarazione; non prima, però, di capire gli elementi
citati da Jans.
Il Patto del Grütli è storicamente e
folcloristicamente considerato l’atto di nascita della Confederazione tra Uri,
Svitto e Untervaldo. Un’alleanza difensiva stretta nel 1291 per resistere
all’oppressione degli Asburgo e successivamente anche dei re francesi.
Parliamo quindi di un patto militare tra piccole realtà alpine per tutelare la
propria sovranità contro vicini potenti e bellicosi.
Gli Accordi Bilaterali III con l’UE, al
contrario, sono intese di natura economica di stampo liberista, che
puntano a integrare ulteriormente l’economia svizzera con quella europea, in
particolare nei settori strategici come quello dell’energia e quello dei
trasporti pubblici, aprendo la strada a una progressiva privatizzazione.
Solo questa premessa dovrebbe bastare per
smontare il paragone: uno è un patto per difendere la sovranità, l’altro è una
trappola economica per la Svizzera. Ma andiamo oltre; Jans prova
a legittimare il suo paragone affermando che entrambi gli accordi sono
stati firmati in tempi difficili. Vero: sia nel 1291 che oggi si vivevano
situazioni complesse. Ma la natura delle difficoltà è radicalmente diversa. Nel
XIII secolo i cantoni alpini erano minacciati dal dominio imperiale degli
Asburgo. Il Patto del Grütli fu dunque una risposta per proteggere la
libertà e l’autonomia di queste regioni. Oggi, la Svizzera affronta le
pressioni neoliberiste dell’UE e quelle guerrafondaie NATO, che mirano a
inglobarci nelle loro rispettive sfere d’influenza e trascinare il
nostro Paese nelle loro tenzoni. Se volessimo davvero ispirarci ai confederati
del Grütli, dovremmo fare di tutto per proteggere la nostra sovranità, non
svenderla come purtroppo sta accadendo.
Se il nostro Governo stesse effettivamente
seguendo le orme dei confederati del Grütli difenderebbe la
nostra sovranità con le unghie e con i denti se necessario pur di non
finire sotto i diktat di Washington e Bruxelles. Il paragone di Jans avrebbe
senso se nel 1291 i tre cantoni avessero firmato un accordo di sottomissione
agli Asburgo, divenendone vassalli; per fortuna così non fu e nemmeno oggi
noi dobbiamo chinare il capo davanti a queste entità che tanto spavaldamente
tentano di piegarci.
Un’altra evidente menzogna di Jans è che
“l’esito dei negoziati promuove il commercio e dunque la nostra prosperità”.
Eppure questo contraddice la folle politica estera del Consiglio
federale, in particolare degli ultimi anni.
Ma se davvero commercio
significa prosperità, perché allora limitarsi all’UE? Perché non
rafforzare i rapporti con i Paesi BRICS o altre economie in forte crescita? E
ancora: se davvero il benessere economico è così centrale, perché partecipare
passivamente alle guerre economiche di UE e Stati Uniti? Perché
adottare sanzioni contro la Russia e compromettere le relazioni con
altri attori economici globali (soprattutto per quanto riguarda
l’approvvigionamento energetico)?
La coerenza sarebbe applicare sanzioni anche a
Paesi “amici” quando violano i diritti umani o agiscono da aggressori
inclusi UE, USA e Israele. Ma evidentemente, le regole e i parametri
cambiano a seconda dai capricci di Washington e Bruxelles.
Voler evitare di diventare vassalli economici
dell’Unione Europea non è solo una questione di principio, ma anche di
salvaguardia dei diritti del lavoro e della nostra democrazia. Cosa
succede quando un piccolo Paese apre il proprio mercato a una potenza economica
molto più grande? Possiamo chiederlo ai Paesi africani, del subcontinente
indiano, del Sudamerica e del Sud-Est asiatico. Risposta facile: un disastro.
Risposta un po’più articolata: un disastro dovuto alla comparsa di capitali e
aziende estere titaniche rispetto alle controparti locali. E siccome il mercato
è competitivo che succede? Succede che aziende e capitali locali vengono
annientati e soppiantati da quelli esteri che ora venderanno i loro
prodotti nel nuovo mercato ma i profitti adesso non rimarranno più
nel disgraziato Paese; invece, finiranno nella pancia della
potenza più grande arricchendola ulteriormente. E, ciliegina sulla
torta, visto che ora nel Paese ci sono aziende estere e l’economia ne è
dominata, il Paese non è altro che un mero vassallo, perché se quelle stesse
aziende dovessero fare i capricci la popolazione non avrebbe i mezzi per
sostentarsi.
C’è un detto che recita “per prevedere il futuro
cerca di conoscere il passato e comprendere il presente”. Viene dunque
spontaneo porsi domande sulla validità delle previsioni di Jans in merito
agli esiti degli accordi che sostiene. I suoi assurdi paragoni storici
dimostrano un livello conoscenza della nostra storia ed una comprensione della
realtà del Paese inaccettabili, soprattutto considerando la
carica politica che ricopre.
L’evidente smarrimento ideologico e politico dei
vertici della socialdemocrazia nostrana costituisce un duro colpo ai danni
della nostra classe lavoratrice, la quale rischia di venire privata dei suoi
diritti dato che Jans e compagnia sono troppo occupati a seguire insulse
mode europeiste, ignorando la classe lavoratrice e le minacce contro di lei. Il
Partito Comunista non cederà di fronte a questi atteggiamenti e farà tutto ciò
che è in suo potere per rimanere un punto di riferimento politico serio e coerente per
i lavoratori e le lavoratrici svizzeri.
Di Francesco Helbling, membro di Coordinamento della Gioventù Comunista

