"La domenica non si vende"
Referendum LAN: basta minimizzare e disinformare
Redazione
30.05.2023 13:21

Foto: © CdT/Chiara Zocchetti
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Disinformare
e minimizzare: ecco il linguaggio scelto dai fautori della Legge sulle aperture
dei negozi per la campagna in vista della votazione del prossimo 18 giugno. Il comitato
unitario “La domenica non si vende”,
che questa legge la combatte, preso atto della lunga serie di false
informazioni e di considerazioni fuorvianti sentite negli ultimi giorni, tiene
a precisare alcuni dati di fatto, perché le cittadine e i cittadini chiamati a votare
hanno diritto di scegliere sulla base di informazioni corrette.
Il
testo in votazione il prossimo 18 giugno non è una “piccola modifica” di legge,
ma un cambiamento sostanziale della stessa, perché liberalizza il lavoro
festivo e domenicale nel settore del commercio al dettaglio su quasi tutto il territorio
cantonale per tutti i negozi entro i 400mq. Offre cioè alla grande
distribuzione la possibilità di aprire nelle zone turistiche (i tre quarti del
territorio cantonale) tutte le domeniche dell’anno fino alle 22.30, possibilità
che la precedente riforma accordava solo ai piccoli negozi.
Non
si tratta dunque affatto di una sola domenica, come continuano ad affermare
ingannevolmente i fautori delle liberalizzazioni. È un attacco al principio,
sancito dalla legislazione federale a tutela dei lavoratori, della loro vita
privata e del diritto al riposo, che consente il lavoro domenicale solo nei
rami professionali ritenuti essenziali e in cambio di un’indennità salariale
del 50%. Questa
modifica aumenterebbe ulteriormente la precarietà cui queste lavoratrici e
questi lavoratori già sono confrontati, con contratti su chiamata o fissi ma
che non garantiscono un minimo di ore lavorative, turni spezzettati e salari
bassi.
L’estensione
degli orari garantirebbe la creazione di nuovi posti di lavoro? L’estensione
degli orari non garantirebbe la creazione di nuovi posti di lavoro: non è mai
successo né in Svizzera, né in nessun’altra parte del mondo. Sono innumerevoli
gli studi internazionali che dimostrano proprio il contrario: secondo
Confesercenti, in Italia nei 18 mesi successivi all’introduzione della
liberalizzazione delle aperture domenicali sono stati bruciati 90mila posti di
lavoro e 32mila negozi di prossimità hanno chiuso i battenti (due negozi
all’ora). La Oxford Economics ha evidenziato come le aperture domenicali
generalizzate in Gran Bretagna hanno condotto a una diminuzione dell’1.9% dei
posti di lavoro nel settore. La Paris School of Economics, invece, ha
recentemente evidenziato che tra i perdenti delle aperture domenicali ci sono
le persone con famiglia, soprattutto genitori single: questa specifica
tipologia di lavoratori e lavoratrici è stata espulsa dal mercato del lavoro
nel commercio al dettaglio a causa delle grandissime difficoltà di conciliare
il lavoro domenicale con gli impegni familiari.
I
sindacati retrogradi remano contro il futuro? Contrariamente
a quanto affermano i fautori della legge, lo shopping 7 giorni su 7 non è sinonimo
di modernità che invece fa rima con benessere, ma causa di maggiore sfruttamento
del personale. La liberalizzazione degli orari di apertura dei negozi non è il
futuro, ma fa già parte di una concezione della società del passato. I giovani
di oggi chiedono una società sostenibile, una migliore conciliazione fra vita
privata e professionale e remunerazioni dignitose. Questo non è compatibile con
le aperture generalizzate.
I
consumatori hanno bisogno di questa riforma? Il turismo degli acquisti dipende
dalle chiusure domenicali? L’estensione
delle aperture non rappresenta un bisogno per i consumatori: gli orari attuali
previsti dalla legge entrata in vigore solo nel 2020 offrono sufficiente
libertà di scelta per fare la spesa. E non è nemmeno un antidoto (altra falsità
sostenuta dai fautori) al fenomeno del turismo degli acquisti in Italia, che,
evidentemente, è una pratica figlia della costante perdita di potere d’acquisto
delle ticinesi e dei ticinesi. I risultati dell’ultimo sondaggio di Comparis
parlano chiaro: l’aumento generale dei prezzi ha un forte impatto sul budget
delle famiglie e se sommiamo questo ai livelli salariali sempre più miseri in
Ticino, capiamo benissimo che chi deve provvedere alle spese di una famiglia
continuerà a scegliere di spendere laddove costa meno.
I
piccoli commerci beneficeranno di questa riforma? I
piccoli commerci, che peraltro già oggi possono aprire 7 giorni su 7 dalle 6
alle 22.30 non trarranno vantaggio da questa riforma. Anzi, disponendo di poco
personale, saranno penalizzati da questa legge, a differenza della grande
distribuzione, che invece si può permettere di far ruotare a piacimento (altro
che libertà di scelta delle venditrici e dei venditori) i propri impiegati.
Un
minimo di onestà intellettuale con i votanti: che
l’obiettivo dei fautori della riforma sia quello di raggiungere una
liberalizzazione totale, 7 giorni su 7, degli orari di apertura dei negozi non
ci scandalizza affatto. Vorremmo però che i votanti fossero informati
correttamente, in modo da poter prendere consapevolmente una decisione.
Vorremmo che sapessero che la posta in gioco il 18 giugno non è di poco conto.
Comitato unitario "La domenica non si vende"

