Antonia Boschetti
Quote rosa: le eterne fraintese
Red. Online
13.10.2026 20:22

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Le misure adottate dalla Confederazione
per il raggiungimento dell’uguaglianza fra uomo e donna (in ambito
professionale come tra le mura domestiche), destano perplessità e scetticismo.
Tra le varie misure, le quote rosa sono le meno apprezzate e, nel contempo, le
più fraintese. L’obiettivo di colmare il gender gap persistente nei vari ambiti
della vita sociale e lavorativa porta a domande quali: «Incluse solo perché donne?».
Innanzitutto è necessario chiedersi se il genere femminile, in Svizzera, sia
davvero incluso e rappresentativo nel mondo del lavoro. Il rapporto Schilling,
studio indipendente pubblicato ogni anno sul sito della Confederazione,
evidenzia come nei vertici aziendali dei 100 maggiori datori di lavoro del
Paese, ovvero nei Consigli di amministrazione e delle Direzioni generali, la
presenza di donne si attesti al 34% (in Francia, Italia e Norvegia raggiungono
il 45%). Davanti ai numeri assumiamo l’evidenza di una risposta: «No, in
Svizzera le donne non sono significativamente incluse nel mondo del lavoro,
specialmente nei posti dirigenziali».
Malgrado i dati le quote rosa continuano a
irritare portando ad esclamare che «È offensivo coinvolgere le donne solo in
quanto donne». Di nuovo però, i numeri parlano chiaro: nelle Università svizzere
le donne rappresentano il 53% degli studenti e il 45% di chi svolge un
dottorato (swissinfo.ch). Se la loro presenza crolla ai vertici
delle scale gerarchiche non è per mancanza di competenze, bensì per pregiudizi
che portano a considerare il genere maschile più atto ad assumere compiti
dirigenziali di alto rischio e responsabilità. Le quote rosa creano un quadro
giuridico che porta a includere le donne laddove, per abitudine e preconcetto,
verrebbero escluse. La vera domanda da porsi è: «Escluse solo perché donne?»
Antonia Boschetti, PS Mendrisiotto e Basso
Ceresio.

