Giorgio Ghiringhelli, “Il Guastafeste”
Quei media codardi che hanno paura di criticare l'Islam
Redazione
08.02.2026 09:16

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E’ stata lanciata in questi giorni la nona edizione del premio internazionale “Swiss Stop Islamization Award”, ideato dal Guastafeste
per ricompensare moralmente e finanziariamente (con 2'000 franchi ciascuno)
quelle persone che in Svizzera e nei Paesi circostanti si battono con coraggio
contro l’islamizzazione dell’Europa. Finora i vincitori del premio sono stati
26, di cui 24 hanno ricevuto complessivamente 48'000 franchi.
Ecco i 10 “nominati” per il 2026: Hamed Abdel-Samad (Germania), Amine Abdelmajide
(Losanna), Anna Maria Cisint (Italia), Collettivo Némésis
(Francia), Marion Maréchal (Francia) – Mila (Francia) - Sarah
Knafo (Francia), dr. Dominique
Schwander (Vallese), Hamid Zanaz (Francia), Alain Wagner (Francia). I nomi dei tre vincitori saranno resi noti in
primavera.
Nel
suo piccolo, questo premio ha dimostrato che in Europa vi sono molte persone
che, specialmente negli ultimi 20 anni, hanno inutilmente tentato di aprire gli
occhi dei politici, dei giornalisti e dei cittadini sui pericoli per la nostra
società derivanti dall’espansione dell’islam: una religione incompatibile con
la modernità, con i nostri valori e le nostre libertà e con la democrazia. Una
di queste coraggiose e lungimiranti persone è stata la grande giornalista Oriana
Fallaci, scomparsa 20 anni fa. Un’altra é il celebre scrittore
franco-algerino Boualem Sansal (81 anni), già vincitore di questo premio
nel 2024 ed eletto membro dell’Accademia francese nel gennaio del 2026, che proprio nel novembre del 2024 era stato
arrestato dal regime algerino e condannato a 5 anni di prigione con pretestuose
accuse di attentato all’unità nazionale per una sua intervista rilasciata a un
media francese, e poi liberato dopo un anno per motivi umanitari.
Nel
2023 Boualem Sansal aveva scritto la prefazione al libro “La dolce
conquista: l’Europa si arrende all’islam”, del giornalista italiano Giulio
Meotti (vincitore del premio nel 2025).
In quella prefazione lo scrittore aveva espresso il suo sconforto – al
quale mi associo - per non essere riuscito a convincere gli europei sul triste
destino che li attendeva. “Noi “lanciatori d’allerta”, che da decenni
mettiamo in guardia contro i pericoli dell’islam politico non solo i nostri
compatrioti, ma tutti i popoli della terra – aveva scritto - dovremmo
infine prendere atto della nostra incapacità di destare le persone, smettere di
suonare le campane a martello e finirla con l’importunarle. Il cittadino medio
non se ne accorge, ma la realtà di fondo è questa: l’islamismo sta colonizzando
il mondo, procede a balzi dalla periferia al centro, imponendo i suoi ritmi, i
suoi veli e il suo halal, in attesa di una grande resa globale per poi
promulgare la sua legge di ferro sulla Terra, in nome di Allah (…).
L’abolizione del califfato ottomano nel 1924 ha segnato la fine della
dominazione musulmana e il declino della sua civiltà. Ma, lungi dallo
scomparire, l’islam ha ripreso subito l’iniziativa, ha liberato le sue terre
dalla colonizzazione e ha iniziato una nuova conquista dell’Europa”.
Nel suo libro “Nel nome di Allah:
origine e storia del totalitarismo islamista”, pubblicato in Francia nel 2013,
Sansal, aveva
in pratica accusato i media europei di essere dei codardi, perché, per evitare
accuse di islamofobia e di razzismo, o per paura di esacerbare le tensioni fra
le comunità, hanno preferito evitare di affrontare il tema islam. Tant’è
vero – aggiungo io – che i
media ticinesi mainstream ma soprattutto quella RSI che dovrebbe assicurare un
servizio pubblico pluralista hanno
sempre calato un velo di vergognoso e intollerabile silenzio perfino
sull’esistenza del premio internazionale
ideato dal Guastafeste per ricompensare i critici dell’islamizzazione.
“In Europa, terra di libertà per
eccellenza, si può criticare tutto e ricorrere a tutte le forme della critica,
fino alla satira e alla parodia – ha scritto Boualem Sansal nel suo libro -
ma non si possono criticare l’islam e il suo profeta, nemmeno con le
parole più formali e con le migliori intenzioni (…). Agli occhi dei radicali
questa prudenza appare come la prova che la società è pronta a capitolare, che
basta una spinta per mandarla in frantumi (…). Così in tutti i paesi il
dibattito si è spento, a furia di intimidazioni, di censure, di autocensure e
di precauzioni oratorie. Il dibattito sull’islam è già scomparso dalle sedi
istituzionali. E invece l’islam dev’essere studiato, discusso, interpellato,
eventualmente criticato”. Ad esempio: “Come far evolvere la condizione
femminile, come conciliare islam e modernità, islam e democrazia, diritti e
doveri del credente e del cittadino ecc. Sono tutte domande che aspettano
risposte da secoli. E’ in questo dibattito aperto e franco, su queste domande
precise, che troveremo gli argomenti per denunciare la falsità dell’islamismo e
per sconfiggerlo”.
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