Maria Pia Ambrosetti
Prima valutare, poi legiferare
Redazione
25.01.2026 07:28

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Perché la
revisione della Legge sulle epidemie non può prescindere da un’analisi delle
misure pandemiche
Quando si
verifica un grave incidente aereo, nessuno pensa di riscrivere le regole di
volo prima di aver chiarito che cosa non ha funzionato. Si analizzano le
decisioni prese, gli errori commessi, le misure inefficaci o sproporzionate, e
solo dopo si interviene sulle norme. È così che si migliora la sicurezza. Ed è
esattamente questo approccio che oggi sembra mancare nel dibattito sulla
revisione della Legge federale sulle epidemie (LEp).
Durante la
pandemia di COVID-19, la Svizzera ha adottato una serie di provvedimenti senza
precedenti: obblighi di mascherina, distanziamento sociale, lockdown
generalizzati, chiusure scolastiche, limitazioni all’attività economica e
l’introduzione del certificato Covid. Molte di queste misure sono state
presentate come inevitabili dal punto di vista sanitario, ma col tempo è emerso
che una parte rilevante di esse rispondeva anche – se non soprattutto – a
logiche politiche, di gestione del consenso, di coordinamento internazionale o
di pressione istituzionale, più che a evidenze scientifiche solide e condivise.
A distanza di
anni, non esiste ancora una valutazione complessiva, indipendente e trasparente
sull’efficacia reale di questi provvedimenti, sui loro effetti collaterali e
sui costi umani, sociali ed economici che hanno comportato. Lockdown e chiusure
scolastiche hanno inciso profondamente sulla salute mentale, sull’istruzione
dei giovani e sulla coesione sociale; il certificato Covid ha introdotto una
distinzione giuridica tra cittadini; misure come mascherine e distanziamento
sono state spesso applicate in modo rigido e uniforme, indipendentemente
dall’evoluzione dei dati o dal contesto specifico.
Nonostante ciò,
oggi si discute di integrare nella legislazione ordinaria strumenti molto
simili a quelli adottati in una situazione di emergenza, senza aver prima
chiarito quali misure abbiano effettivamente protetto la salute pubblica e
quali siano state invece il risultato di scelte politiche contingenti. In altre
parole, si rischia di trasformare in regola permanente ciò che è nato come
risposta straordinaria, senza averne verificato la reale utilità.
A questo si
aggiunge un segnale preoccupante: in alcuni cantoni, come Zurigo e San Gallo,
si stanno introducendo obblighi vaccinali accompagnati da sanzioni finanziarie esorbitanti
(da 20'000 a 50'000 franchi!) per chi si rifiuta di vaccinarsi. Si tratta di
misure coercitive che incidono direttamente sui diritti individuali e che
vengono adottate in assenza di un bilancio pubblico serio delle politiche
sanitarie precedenti. Rafforzare strumenti coercitivi senza aver prima valutato
gli errori del passato significa rischiare di ripeterli, questa volta con una
base legale rafforzata.
È in questo
contesto che si inserisce la petizione lanciata da ABF Schweiz (https://abfschweiz.ch/nein-zum-epg/),
che non chiede altro che valutare prima di legiferare. Analizzare in modo
rigoroso quali misure abbiano davvero contribuito alla tutela della salute
pubblica e quali siano state dettate da esigenze politiche, simboliche o di
controllo sociale.
Uno Stato che
si definisce di diritto non ha paura di guardare criticamente alle proprie
decisioni. Al contrario, ne fa una condizione per migliorare. Codificare misure
emergenziali senza questo esame preliminare significa accettare che decisioni
prese sotto pressione, in un clima di paura e incertezza, diventino il nuovo
standard normativo.
Come
nell’aviazione, anche nella politica sanitaria la sicurezza futura dipende
dalla capacità di riconoscere ciò che non ha funzionato. La richiesta di ABF
Schweiz va esattamente in questa direzione: prima l’analisi, poi la legge.
Tutto il resto rischia di essere non una preparazione alle prossime crisi, ma
la loro istituzionalizzazione.
Maria Pia
Ambrosetti, deputata HelvEthica Ticino

