MPS
Presa di posizione sulla questione delle commissioni parlamentari
Redazione
25.04.2023 14:26

Foto: ©Chiara Zocchetti
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Il nodo della presenza nelle commissioni parlamentari è,
per quel che riguarda l’MPS, un problema assai vecchio. I nostri rappresentanti
(o i rappresentanti di formazioni politiche che hanno preceduto l’MPS) non
hanno mai formato un gruppo e quindi hanno sistematicamente subito quelle
limitazioni antidemocratiche che il mancato accesso alle commissioni ha sempre
comportato.
Pensiamo, per non fare che un solo esempio, al fatto che,
malgrado la presenza dell’art. 53 della LGC preveda, al suo cpv.1, che “ogni
deputato ha diritto alle informazioni e alla documentazione necessaria per i
dibattiti”, in realtà, basandosi sui capoversi seguenti dello stesso
articolo che limitano questo diritto generale, quasi mai la documentazione
messa a disposizione di una commissione viene poi distribuita agli altri
deputati; e se questo può essere, almeno in parte, compreso per i deputati dei
partiti presenti nelle commissioni, è assolutamente intollerabile per i
deputati che non appartengono a questi gruppi. La documentazione distribuita
nelle commissioni (ad esempio: le risposte che il governo – e quindi l’amministrazione
– elabora a seguito di domande poste in commissione per approfondire i
messaggi) dovrebbe essere messa a disposizione di tutti i deputati e le
deputate.
Siamo invece confrontati ad un’asimmetria di informazione
chiara e importante che rappresenta un importante handicap per i partiti non
presenti nelle commissioni. I quali, evidentemente e conseguentemente, non
possono far altro che “interrogare” o “interpellare” il governo attraverso gli
strumenti parlamentari di cui dispongono. Da qui, anche quello che viene
definito il proliferare di atti parlamentari; che, spesso, viene addirittura
incoraggiato dalla stessa amministrazione. Un piccolo esempio. Alcuni mesi fa,
il deputato Pronzini aveva chiesto, informalmente, alla direzione del DECS di
poter avere alcuni dati relativi alla scuola, precisando che preferiva
rivolgersi in questo modo per non dover ricorrere a una interrogazione
parlamentare. Significativo che, proprio la direzione del DECS, abbia risposto
negativamente a questo modo di procedere (e non certo perché i dati non
potessero essere diffusi), invitando il deputato a inoltrare una interrogazione
parlamentare.
Accanto alla questione della documentazione vi è quella
della procedura scritta (art. 134). Basterebbe scorrere gli ordini del giorno
delle sedute del Gran Consiglio per rendersi conto come questa procedura sia
ormai diventata di fatto quella standard, numericamente di gran lunga più
ricorrente.
Le implicazioni di questa procedura sono evidente per i deputati che non fanno
gruppo e che, di conseguenza, non hanno accesso alle commissioni, dato che tale
procedura prevede che “…il Gran Consiglio decide senza dibattito”.
Questo significa che per tutta una serie di temi sottoposti
a questa procedura, i deputati delle formazioni politiche che non fanno gruppo
hanno diritto ad un intervento per una dichiarazione di voto di un minuto. In
poche parole, non hanno il diritto di esprimersi in modo compiuto, portato le
proprie valutazioni e il proprio punto di vista.
Da qui il ricorso a mozioni e iniziative come unico
strumento che permette a un deputato di avviare una discussione (seppur breve
poiché limitata al proprio intervento a sostegno della mozione) su temi che lo
interessano.
Non dobbiamo poi dimenticare come l’assenza dalle
commissioni impedisce di fatto qualsiasi possibilità di intervento a sostegno
dell’iter parlamentare delle proposte. Non a caso l’MPS è la lista che può
contare una percentuale elevata di proprie mozioni e iniziative parlamentare
inevase, malgrado sia passato molto tempo da quando queste sono state
inoltrate.
La questione della presenza in seno alle commissioni è
naturalmente un punto centrale, non nuovo come abbiamo detto qui sopra. In
occasione della precedente legislatura avevamo proposto – d’accordo con le
altre liste non facenti gruppo – che il Parlamento esercitasse il diritto,
conferitogli dall’art. 29 cpv 2 della LGC, assegnando “in una o più Commissioni tematiche o speciali un seggio supplementare a
deputati non appartenenti a un gruppo parlamentare”.
Naturalmente la risposta a quella nostra proposta era stata netta: 59 No, 27
Si, 2 Astenuti. Se si esclude la posizione dei rappresentanti del PS e dei
Verdi (favorevoli alla proposta), tutti gli altri gruppi si esprimevano facendo
riferimento alle ragioni che il capogruppo del PLRT, Alex Farinelli,
sintetizzava con chiarezza nel suo intervento conclusivo. Egli si opponeva alla
proposta poiché riteneva che essa fosse discriminatoria nei confronti dei
partiti maggiori, cioè quelli che formano gruppo; ma poi sottolineava il motivo
di fondo con queste parole:“D'altra parte, la scorsa legislatura ci ha
insegnato che il far parte di una Commissione non impedisce di adottare, per
altro legittimamente, posizioni di opposizione nel Plenum, come è accaduto con
il collega Pronzini in seno alla Commissione speciale per l'esame della
pianificazione ospedaliera”. Sulla stessa linea l’intervento del
capogruppo della Lega – Foletti – che affermava, di avere “poco da aggiungere a quanto
affermato dal collega Farinelli.
Il latino è chiaro: solo le forze che non mostrano di opporsi alle politiche
governative (e nella sua bontà democratica Farinelli affermava che ciò è di per
sé legittimo) meritano di far parte di commissioni parlamentari.
Ad essere quindi decisivo non è il fatto che una lista abbia un numero limitato
di deputati, ma la loro collocazione politica. In fondo si rimprovera
all’opposizione di fare il proprio mestiere.
Non sorprende (e conferma la nostra analisi) che questo punto di vista sia oggi
oggetto di riflessioni da parte dei partiti maggiori. Non certo per una
generica volontà di coinvolgere le liste minori che non formano gruppo, ma
perché i nuovi gruppi hanno una collocazione politica vicina ai gruppi maggiori
e non si pongono in una prospettiva di opposizione alle scelte del governo.
E che la discussione sia tutta incentrata sui rapporti di
potere lo mostra la controversia sull’interpretazione da dare alla legge per la
distribuzione dei seggi nelle commissioni.
Su questo tema i deputati dell’MPS si asterranno, proprio
perché la discussione – da una parte e dall’altra – evita accuratamente di
rimettere in discussione il rapporto tra presenza in Parlamento e presenza
nelle commissioni, limitandosi a una questione di rapporti di forza tra i
partiti già presenti. Dal nostro punto di vista tutte le formazioni politiche
presenti in Parlamento dovrebbero aver diritto ad essere rappresentate almeno
nelle principali commissioni.
Alla luce di queste considerazioni e sulla base delle
attuali disposizioni di legge, l’MPS proporrà nella seduta costitutiva di
eleggere un proprio deputato nelle quattro commissioni tematiche sulla base
dell’art. 29.2. secondo il quale il Gran Consiglio può nominare in queste
commissioni un deputato supplementare.
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