Lorenzo Onderka
Prepararsi alla guerra per avere la pace: siamo sicuri?
Redazione
10.04.2026 12:36

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C’è qualcosa di profondamente contraddittorio
nel tempo in cui viviamo. Da una parte, nelle scuole, nelle famiglie, nella
società, ripetiamo ai ragazzi che la violenza non si combatte con altra
violenza. Che colpire più forte non risolve, ma peggiora. Che il coraggio non è
reagire, ma interrompere la spirale. Dall’altra, tra Stati, facciamo esattamente il
contrario. Sempre più Paesi parlano di riarmo. Aumentano le spese militari,
rafforzano gli eserciti, costruiscono deterrenza. Con una convinzione che
sembra indiscutibile: per evitare la guerra, bisogna essere pronti a farla.
Ma fermiamoci un momento. Se un ragazzo vittima
di bullismo venisse incoraggiato a diventare più aggressivo, a prepararsi allo
scontro, lo considereremmo un fallimento educativo. Eppure è esattamente questa
la logica che stiamo adottando a livello globale. Nel bullismo non si lavora sull’escalation. Si
lavora sulla prevenzione. Sulla responsabilità di chi agisce la violenza. Sulla
capacità di intervenire prima che sia troppo tardi. Perché abbiamo capito una
cosa semplice: la
forza non educa, contiene solo temporaneamente. E spesso alimenta.
Allora la domanda diventa inevitabile: perché tra Stati
accettiamo una logica che nella vita quotidiana consideriamo sbagliata? Forse perché il riarmo
dà un’illusione di controllo. Forse perché è più facile accumulare armi che
costruire fiducia. Ma la realtà ci sta presentando il conto. L’Afghanistan non è diventato stabile dopo anni
di interventi. La guerra tra Russia e Ucraina continua senza una via d’uscita.
Il Sudan è travolto dalla violenza. La Libia resta fragile.
E poi c’è il Medio Oriente. Una regione dove
ogni escalation ne genera un’altra. Dove i conflitti si allargano rapidamente,
coinvolgono più attori e producono effetti globali — come il rischio di
bloccare passaggi strategici come lo stretto di Hormuz, da cui dipende una
parte dell’energia mondiale. È qui che la domanda diventa più scomoda: fin dove si è disposti ad arrivare per
dimostrare di essere i più forti? E a quale prezzo si impone la propria
visione?
Ma ce n’è un’altra, che riguarda anche chi
osserva: che
responsabilità hanno le nazioni alleate, che potrebbero intervenire — almeno
politicamente — ma scelgono di non farlo? Perché anche tra Stati, come tra persone,
l’amicizia non dovrebbe essere silenzio. Tra amici ci si sostiene. Ma ci si
richiama anche. Ci si ferma a vicenda quando si va troppo oltre. Ignorare, in nome delle alleanze, rischia di
alimentare proprio ciò che si vorrebbe evitare. Il punto, allora, non è quanto
ci armiamo, ma quanto
siamo disposti a limitare chi spinge verso lo scontro. Nel bullismo, non si lascia il bullo libero
finché la situazione esplode. Si interviene. Nella comunità internazionale,
invece, troppo spesso si aspetta.
Non si tratta di negare il diritto alla difesa.
Ogni popolo ha diritto a esistere e a proteggersi. Ma senza limiti condivisi,
la difesa rischia di trasformarsi in escalation. E qui sta la contraddizione. Pretendiamo
maturità dai nostri figli. Ma tra Stati accettiamo dinamiche che assomigliano a
comportamenti adolescenziali: reazione, orgoglio, dimostrazione di forza. E se il vero salto non fosse militare, ma
culturale? Se
la sicurezza dipendesse anche dalla capacità di prevenire, mediare, contenere?
È una strada più difficile. Ma è quella che già conosciamo. È quella che scegliamo quando educhiamo. Quando
diciamo che il rispetto conta più della forza. La domanda, allora, resta una: vogliamo
davvero costruire la pace, o solo prepararci meglio alla prossima guerra?
Lorenzo Onderka, sostenitore di Avanti con
Ticino&Lavoro, attento ai temi sociali.

