Morena Ferrari Gamba
Pigrizia artificiale
Redazione
22.06.2023 16:06

Foto: ©Chiara Zocchetti
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Tra scenari
apocalittici ed entusiasmo incondizionato verso l’Intelligenza Artificiale (IA),
dobbiamo prima di tutto combattere la pigrizia: pigrizia nel non voler sapere e
comprendere e, allo stesso modo, pigrizia nell’accoglierla senza pregiudizi e
con un uso incondizionato.
Abbiamo paura? Sì.
Il progresso fa sempre paura! Ma fino ad oggi il progresso tecnologico era
rivolto alle macchine per provare a lavorare il meno possibile…fisicamente. Finché
la tecnologia ci ha tolto la fatica fisica, ne siamo stati contenti, ma se ci
toglie anche il pensiero, il ragionamento e la creatività, cosa ci resta? L’avvento
di ChatGPT, arrivato così repentinamente, ci ha messo davanti a qualcosa di preoccupante.
Pensare che il linguaggio umano fosse replicabile da una macchina sembrava solo
fantascienza. Il futuro è arrivato, come una bomba. ChatGPT è un software che riesce a soddisfare qualunque richiesta:
una curiosità, una tesi, un articolo, persino una risposta alle nostre ansie e
preoccupazione, siano esse lavorative, sentimentali o intime. Il passo
successivo sarà un robot fatto a nostra immagine e somiglianza, compreso quella
dimensione umana che si chiama “empatia”. Macchine antropomorfe che gesticolano,
parlano come noi, ne sanno più di noi e ci daranno tutte le risposte di cui
andiamo alla ricerca, persino di sentimenti. Non manca molto al loro
perfezionamento. Ecco allora il dilemma e la preoccupazione dei comuni mortali:
che ne sarà di noi, del nostro libero arbitrio, delle nostre scelte incondizionate?
Ma noi abbiamo bisogno di tanta rapidità? Non è meglio investire sulla cultura
e la formazione che ci consentono di avere una maggiore consapevolezza della
responsabilità individuale e collettiva, oltre a dotarci di strumenti per
adattarci ed essere noi i protagonisti e non gli algoritmi?
Se personaggi come Yoshua Bengio, uno dei massimi esperti al mondo di IA e
primo firmatario della richiesta di moratoria (uno stop di 6 mesi alle ricerche
in questo settore) o ancora Geoffrey Hinton, considerato il "padrino
dell'Intelligenza artificiale", che ha denunciato i pericoli dell’IA
lasciando Google, non dovremmo essere preoccupati anche noi?
Partiamo dal
fatto che la tecnologia non è né buona né cattiva. Dipende solo dal come e chi
la usa. Purtroppo, il nostro cervello si è impigrito nel pensare, nel creare,
nel non mettere in campo quel senso critico che fa porre domande e dubbi. Non
ricordiamo più i numeri del telefono, non facciamo più di conto, ci facciamo
misurare il cuore, il sonno, facciamo leggere invece di leggere, ascoltiamo la
musica e guardiamo film che l’IA ci propone. Ora facciamo anche scrivere i
nostri pensieri e come svolgere al meglio nostre attività. Il tutto addirittura
con un “semplice” smartphone! In cambio dei “suoi sevizi” noi ci “consegniamo”,
ogni giorno, dando i nostri dati e il potere di utilizzarli (Facebook, Twitter,
Amazon, ecc.) e così il prodotto diventiamo noi: il diritto di privacy diventa
il diritto di controllo su di noi. Purtroppo, non solo per venderci qualcosa,
ma anche per condizionare il nostro pensiero.
Allora è forse giusto porre un freno, una moratoria per trovare un quadro di
principi per disciplinare l'IA. Non tocca alla scienza farlo, tocca alla
politica e agli intellettuali, a chi si occupa di etica, per determinare il
confine tra il consentito eticamente possibile e, a quel punto, giuridicamente consentito.
Ce la possiamo fare.
L’IA deve essere un dono e non una condanna. Parafrasando Pascal, dovremmo
riconoscere che l’animo umano ha le sue ragioni, che “l’IA” non conosce.
Non diventiamo pigri artificiali, non permettiamo proprio tutto, ricordando
Isaac Asimov: “la tecnologia è pericolosa, la risposta a questo problema sta
nella saggezza.”
Morena Ferrari
Gamba
Presidente Circolo Liberale di Cultura Carlo Battaglini

