Maria Pia Ambrosetti
Oltre il bianco e il nero: la tolleranza come esercizio di spiritualità
Redazione
18.01.2026 18:13

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Viviamo in un tempo che privilegia le risposte rapide e le
posizioni nette. La complessità della realtà viene spesso compressa in schemi
binari: vero o falso, giusto o sbagliato, amico o nemico. Questa lettura
manichea del mondo non è soltanto una semplificazione intellettuale, ma anche
una rinuncia interiore. Accettare che la realtà sia più articolata di quanto
vorremmo richiede infatti uno sforzo che non è solo razionale, ma profondamente
spirituale.
La tolleranza, in questo senso, non va intesa come semplice
sopportazione dell’altro, né come relativismo passivo. È piuttosto un esercizio
di disciplina interiore: la capacità di sospendere il giudizio immediato, di
riconoscere i limiti della propria conoscenza e di accettare che la verità,
soprattutto nei fenomeni storici e sociali, emerga solo attraverso l’ascolto di
prospettive molteplici. Informarsi a 360 gradi non è quindi un gesto neutro, ma
un atto di responsabilità verso sé stessi e verso la comunità.
Formarsi un’opinione corretta significa esporsi alla
complessità, accettare il disagio del dubbio e resistere alla tentazione delle
narrazioni semplici. Questo processo implica umiltà: la consapevolezza che
nessun individuo, nessun gruppo e nessuna fonte possiedono una visione totale
dei fatti. In tal senso, la tolleranza diventa una pratica di maturazione
personale, un allenamento costante contro l’arroganza delle certezze assolute.
Il recente “caso Maidan” rappresenta in modo emblematico
questa difficoltà. Non è riducibile a una contrapposizione lineare tra due
fronti morali, ma riflette una frattura profonda della società, il risultato di
tensioni storiche, identitarie, politiche ed economiche stratificate nel tempo.
Leggerlo come una vicenda in cui scegliere da che parte stare, come si farebbe
in una competizione sportiva, significa sottrarsi allo sforzo di comprensione e
trasformare un dramma collettivo in un oggetto di tifoseria.
Le guerre, in generale, non sono una partita di calcio. Non
esistono spalti neutrali né vittorie senza costi. Ogni conflitto porta con sé
sofferenze diffuse, responsabilità complesse e conseguenze che superano di gran
lunga la durata degli eventi militari. Ridurre tutto a slogan o a schieramenti
consolida identità contrapposte, ma impoverisce il pensiero e anestetizza la
coscienza.
È qui che la tolleranza assume una dimensione
autenticamente spirituale. Richiede autocontrollo, capacità di ascolto e
disponibilità a convivere con l’incertezza. Significa riconoscere la dignità
delle opinioni altrui, soprattutto quando sono motivate e argomentate, anche se
mettono in crisi le nostre convinzioni. Non si tratta di rinunciare al
giudizio, ma di fondarlo su un processo di comprensione onesto e rigoroso.
Una società che perde questa capacità si polarizza, si
frammenta e si irrigidisce. Al contrario, una società in cui la tolleranza è
praticata come virtù interiore — prima ancora che come norma esterna — è più
coesa e più pacifica. In un mondo attraversato da conflitti e semplificazioni,
reimparare la tolleranza come esercizio di spiritualità significa recuperare la
profondità del pensiero e la responsabilità del dialogo, condizioni
indispensabili per una convivenza civile fondata non sul tifo, ma sulla comprensione.
Maria Pia Ambrosetti, granconsigliera HelvEthica Ticino

