Andrea Togni
Non si buttano alle ortiche milioni e posti di lavoro!
Redazione
28.01.2026 16:37

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Soldi che toccano le tasche di
tutti noi Ticinesi: il settore dei media è un ecosistema che, assieme alla RSI,
rappresenta circa 1’400 posti di lavoro, oltre 75 professioni, formazione e circa
250 milioni di ricaduta economica nel nostro Cantone grazie alla
perequazione federale. Gambizzare la RSI non significa fare spazio ai privati, significa
indebolire tutti noi, come accaduto con la perdita di diverse regie federali
(PTT, Swisscom, LaPosta, FFS, Esercito …segreto bancario), dove il Ticino ha
pagato più di altri in termini di occupazione ed indotto.
La RSI è formazione di giovani
(apprendistato e stages), collaborazione con SUPSI, USI e CISA, impieghi, competenze
tecnologiche, copertura media di sport (minori) ed eventi, archivio
audiovisivo, reportage dal territorio, analisi, storie, controllo delle fonti,
produzione culturale, educazione ai media. In Ticino i privati non possono
sostituirla, non c’è sufficiente massa critica.
È vero che non tutto ciò che
è pubblico piace, ma molto di ciò che è pubblico serve. Se vogliamo evitare
una Svizzera divisa fra chi ha accesso all’informazione e chi no, dobbiamo VOTARE
NO e respingere l’iniziativa: non per proteggere un’azienda, ma per garantire
un’informazione generalista che raggiunga le valli, le periferie e le
minoranze. In un Paese variegato come la Svizzera, ridurre le disuguaglianze
informative rafforza la democrazia, non lo statalismo.
L’informazione riguarda la
libertà dei cittadini e la nostra capacità di comprendere il mondo. Vogliamo
davvero farci spiegare, ad esempio, i Bilaterali III da una piattaforma a
pagamento o da un media europeo? La risposta, da svizzeri e da ticinesi, è NO.
Tagliare risorse al servizio
pubblico significa indebolire il fondamento stesso su cui la Svizzera è
cresciuta. Siamo il Paese delle iniziative e dei referendum. Votare NO
all’iniziativa non preclude di considerare per il futuro un sistema di
finanziamento diverso del servizio pubblico, ma permette di non distruggere il
valore – anche economico – che la RSI rappresenta per il Ticino.
Indebolire la RSI significa
accettare una Svizzera a più velocità, dove l’informazione viene prodotta solo
dove conviene (Zurigo!). Dimezzare il budget vorrebbe dire centralizzare quasi
tutto nella Svizzera interna: un solo canale, una radio, forse una pagina web. Questo
è l’opposto del nostro federalismo e significherebbe perdere pluralità, punti
di vista e il racconto del Paese fatto da chi vive le regioni, non da chi le
osserva da lontano.
Lo si è visto dopo l’episodio
di Crans-Montana: compostezza svizzera contro spettacolarizzazione. Non è
estetica, è indole, è un diverso modo di trattare persone e istituzioni:
informare, non urlare.
Quindi, che Svizzera vogliamo?
Una Svizzera a più velocità o una che investe ancora nella coesione, nella
pluralità e nella competenza?
Costruire un sistema mediatico
credibile ha richiesto decenni. Bastano pochi atti per demolirlo, indebolirlo,
come è successo con l’esercito.
Difendere la Ticinesità
significa difendere un intero settore, variegato, indipendente e radicato nel
territorio. Non è uno spreco: è un investimento da 0.83 centesimi al giorno sulla
nostra democrazia, sulla nostra economia e sulle opportunità formative per i
giovani ticinesi.
Andrea Togni
CC PLR Lugano, SSR CORSI

