Gianluca D’Ettorre
Non c’è inclusione senza trasparenza e sostenibilità
Redazione
26.06.2024 15:41

Foto: ©Gabriele Putzu
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Nel documento “Inclusione e accessibilità nel sistema
scolastico ticinese” redatto dal gruppo di lavoro “Ripensare l’inclusione” si
annuncia che il sistema scolastico inclusivo ticinese transiterà verso un
cambiamento di paradigma con un “ripensamento” dell’accessibilità di tale
sistema. In che cosa consiste questa “accessibilizzazione”, come viene definita
nel testo usando un termine piuttosto singolare? Muovendo dalla definizione
dell’OCSE di allievo con Bisogni Educativi Particolari (BEP) si precisa che la
CDPE (Conferenza dei direttori cantonali della pubblica educazione) include
nella categoria non solo gli allievi con disabilità o con disturbi evolutivi
diagnosticati (i cosiddetti BES, allievi con Bisogni Educativi Specifici), ma
anche gli allievi con svantaggi di tipo culturale, sociale o linguistico. Secondo
questa “visione”, il criterio per stabilire se il bambino presenti o meno dei
bisogni educativi particolari non sarà più tanto la diagnosi medica, quanto “la
valutazione del funzionamento (sic!) del bambino in un determinato contesto”.
La disabilità sarebbe dunque da intendersi come “il risultato del confronto tra
una persona con determinate caratteristiche e l’ambiente nel quale è inserita”,
ergo “tanto più l’ambiente saprà essere privo di barriere (facilitatore al
funzionamento), tanto meno la disabilità dell’allievo si esprimerà”. La palla
passa dunque al contesto scolastico, che deve favorire il funzionamento dell’allievo.
Non a caso infatti ai docenti viene chiesto di adottare una “didattica
inclusiva” o “aperta”, ovvero non tanto centrata su una lezione rivolta alla
classe, concepita come barriera, quanto tesa a organizzare percorsi formativi
differenziati e modulari in modo da rispondere flessibilmente alle differenze
di apprendimento e alle caratteristiche particolari di tutti gli allievi,
compresi quelli ad alto potenziale cognitivo. Dichiarare che nella didattica
differenziata non solo esistono l’individualizzazione (mantenimento dei
medesimi obiettivi formativi per tutti, sia pure attraverso diversi percorsi di
apprendimento) e la personalizzazione (modificare sia i percorsi di
apprendimento, sia gli obiettivi), ma che addirittura queste due forme “possono
coesistere e alimentarsi a vicenda” per “assicurare a ogni allievo una propria
forma di eccellenza” è quanto meno ambiguo. Come e quando allievi e famiglie
vengono informati se si passa da una situazione all’altra e delle relative
conseguenze sulla valutazione finale e sulla formazione successiva? Affermare
che in questo approccio “il riferimento ai piani di studio deve essere inteso
come un orientamento dimensionale e temporale, più che come un insieme di
attese da adempiere perentoriamente” suona per i docenti come un “rompete le
righe” o almeno un “piegatele”. Analogamente indicare che la valutazione “in un
contesto differenziato” deve “considerare prioritariamente il cambiamento
rispetto alla situazione iniziale”, si allontana inevitabilmente da standard
valutativi comuni, mentre il monito a “tenere in debita considerazione le
competenze trasversali” rispetto, ad esempio, alle competenze disciplinari,
autorizza a supporre che sia in atto una modifica dei parametri, della
ponderazione dei vari campi da valutare e delle pratiche valutative in nome di
una “didattica universale” che vuole anche “condizionare la pianificazione
degli apprendimenti”. Il minimo che si possa chiedere, in questa “transizione”,
è che si definisca chiaramente davanti a docenti, genitori e allievi che cosa
indica il - già di per sé fumoso - Piano degli studi (anche nella versione
chiamata “perfezionata”) e, davanti ad ogni differenziazione di attività
didattiche e di attese formative, che si comunichino inequivocabilmente a
genitori e allievi gli effetti di tali varianti sulla valutazione finale e sul
cammino formativo successivo. Una valutazione credibile e più trasparente
risponderebbe anche alla crescente richiesta di misure compensative per allievi
con bisogni più o meno particolari, su cui è lecito porsi qualche
interrogativo, ad esempio accompagnando la valutazione e i voti ottenuti con
l’elenco delle misure compensative di cui l’allievo ha beneficiato durante il
percorso scolastico. Occorre infine capire se un docente di scuola media con 12
classi e 250 allievi dovrà preparare 12 lezioni o 250 percorsi formativi
diversi e personalizzati. Esso lavorerà da solo o dovrà coordinarsi regolarmente
in una codocenza in classe con altri professionisti della pedagogia speciale,
quali i docenti di scuole speciali, i docenti di sostegno pedagogico e gli operatori
pedagogici per l’integrazione (OPI)? Dove o a scapito di che cosa troverà il
tempo per questi nuovi compiti?

