Giorgio Ghiringhelli
No al crocifisso nelle scuole e invece sì al velo islamico?
Redazione
09.11.2025 09:01

Foto: ©Chiara Zocchetti
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Come la grande Oriana Fallaci, mi
definisco un ateo-cristiano. Sembra una contraddizione ma non lo é. Non credo nell’esistenza di un Dio, e dunque
dal punto di vista religioso sono ateo. Ma sono nato e cresciuto in un Paese cristiano,
e quindi volente o nolente la mia cultura è impregnata dalla religione
cristiana. Per questo motivo non mi dà fastidio vedere una croce, che considero
un simbolo universale di amore per il prossimo, perché Gesù si è fatto
crocifiggere per redimere dai peccati tutta l’umanità. Mi dà invece fastidio
vedere il velo islamico, simbolo di sottomissione della donna all’uomo e
stendardo propagandistico di una religione che predica odio e violenza verso
tutti gli infedeli e che su indicazione dello stesso Maometto (“colui che
cambia religione, uccidetelo”) prevede di punire con la morte gli apostati,
ossia quei musulmani che si convertono ad altre religioni o che si professano
atei. Una regola barbara, quest’ultima,
che oltre a cozzare contro la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo si
scontra pure con la nostra Costituzione federale, la quale all’articolo 15
sancisce che “la libertà di credo è garantita” e che “ognuno ha il
diritto di scegliere liberamente la propria religione”.
Due pesi, due misure
E allora qualcuno mi deve
spiegare perché nel nostro Paese cristiano in nome della laicità della scuola
non si può esporre un crocifisso nelle aule scolastiche per non offendere la
sensibilità religiosa di allievi e genitori dalle convinzioni diverse (sentenza
del Tribunale federale del 26 settembre 1990) e invece, in nome della libertà
religiosa, non sia possibile proibire alle
allieve musulmane di sfoggiare in classe il velo islamico, come ripetutamente
ha avuto modo di sentenziare lo stesso Tribunale federale. Forse che il velo
non è suscettibile di offendere la sensibilità religiosa di allievi e genitori,
e anche ben più del crocifisso che simboleggia pur sempre la religione
dominante nel Paese? E perché favorire un simbolo dell’islam politico che per
molti aspetti è in conflitto con la Costituzione e con altre norme svizzere,
come ben ha dimostrato l’esperto islamologo Sami Aldeeb – un palestinese
cristiano che vive presso Losanna - nel suo libro “Comparazione tra norme
svizzere e norme musulmane”? Per
inciso, nel 2021 di questo libro avevo fatto omaggio ai dieci deputati ticinesi
che allora sedevano nelle Camere federali, ai nostri cinque Consiglieri di
Stato e a una quindicina di giornalisti. Ha proprio ragione la musulmana zurighese di
origine tunisina, Saïda Keller-Messahli,
fondatrice nel 2004 di un Forum per un islam progressista e strenua
avversaria di ogni tipo di velo islamico, la quale nel suo libro “La Suisse plaque tournante
de l’islamisme” ha accusato senza mezzi termini i politici di aver troppo a
lungo non solo trascurato la diffusione dell’islamismo in nome dei diritti
dell’uomo ma di averlo deliberatamente ignorato, anziché praticare una politica
di tolleranza zero nei confronti degli islamisti e delle loro rivendicazioni.
Occorre una norma nazionale
Recentemente il Consiglio
federale ha risposto negativamente a un postulato del Parlamento che gli
chiedeva di valutare l’introduzione di una norma legale per vietare il velo
negli asili e nelle scuole alle allieve al di sotto dei 16 anni. A giustificazione
della sua decisione il Governo ha detto che in base alla Costituzione il
settore scolastico e il disciplinamento dei rapporti tra Chiesa e Stato competono
ai Cantoni. E in effetti in alcuni Cantoni vi sono stati dei tentativi di
vietare il porto del velo islamico da parte delle allieve, o, in modo più
neutrale, di vietare qualsiasi tipo di copricapo in classe. Ma tutti questi
tentativi sono stati bocciati dal Tribunale federale, che li ha considerati
contrari alla libertà religiosa e dunque anticostituzionali. E allora cosa si
aspetta a modificare la Costituzione o a varare una norma nazionale che
garantisca una reale maggiore competenza in questo settore ai Cantoni? Nelle
scorse settimane il Comitato di Egerkinger, lo stesso che in passato aveva
lanciato con successo le iniziative popolari per vietare la costruzione di
minareti e per vietare la dissimulazione del volto in pubblico, ha annunciato
l’intenzione di presentare un’iniziativa parlamentare avente lo scopo di
elaborare una regolamentazione legale a livello nazionale per vietare il velo
islamico a insegnanti e allieve negli asili e in tutti gli ordini scolastici
dalle elementari alle università. Staremo a vedere, anche se forse un’iniziativa
popolare costituzionale avrebbe più speranze di successo. Nel frattempo a
livello cantonale rimane pur sempre la possibilità di introdurre norme per
vietare almeno ai docenti l’ostentazione di simboli religiosi, visto che su
questo punto il Tribunale federale aveva già chiarito, con una sentenza del
1997 riguardante un caso nel Canton Ginevra, che a determinate condizioni è
possibile vietare ad esempio a una docente di indossare il velo islamico.
Gli esempi di Francia e Austria
Da notare che in Francia già dal
2004 è in vigore una legge che vieta l’ostentazione di simboli religiosi nelle
scuole, anche da parte degli allievi. Questa decisione era stata presa
principalmente proprio nell’intento di mettere un argine alla crescente
diffusione del velo islamico (una diffusione messa in evidenza in un rapporto
di 37 pagine, noto come “Rapport Obin”, pubblicato integralmente sul sito del
Guastafeste e la cui lettura è caldamente raccomandata ai politici, ai giudici
e ai giornalisti: http://ilguastafeste.ch/obin.pdf).
A suo tempo la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) aveva respinto il
ricorso di due allieve musulmane che in nome della libertà di religione avevano
contestato tale divieto. E allora, v’è
da chiedersi, se per la CEDU è possibile vietare il porto di simboli religiosi
da parte degli allievi delle scuole francesi, perché per il nostro Tribunale
federale non si può fare? Anche il
Governo austriaco, nelle scorse settimane, ha varato un disegno di legge
mirante a proibire il porto del velo islamico alle alunne della scuola
dell’obbligo (pubblica e privata) fino all’età di 14 anni. Un analogo divieto,
deciso nel 2019, era stato bocciato dalla Corte costituzionale perché
considerato discriminatorio nei confronti di altre religioni, come ad esempio
quella ebraica. E non si sa ancora se questa volta i giudici l’approveranno. Ma
almeno il Governo austriaco, a differenza di quello svizzero, dimostra di aver
capito che nella nostra società tutte le ragazze devono avere le stesse
opportunità e che la tolleranza dimostrata finora in parecchi Paesi europei
verso il velo, imposto da genitori islamisti alle bambine già a partire
dall’asilo, ha prodotto effetti disastrosi sul piano dell’integrazione.
Una petizione respinta nel 2010
Per concludere ribadisco che se
in nome della laicità il Tribunale federale ha deciso che nelle aule
scolastiche non v’è posto per le croci, allora a maggior ragione anche il velo
islamico dovrebbe essere bandito dalla scuola dell’obbligo, frequentata da
allieve minorenni e dunque facilmente influenzabili. Ed è da un pezzo che lo
sostengo. Difatti già l’11 gennaio 2010 avevo
presentato al Gran Consiglio una petizione con la quale chiedevo di vietare il
velo islamico nelle scuole dell’obbligo. Il 9 novembre dello stesso anno il
Parlamento bocciò la petizione, con la poco lungimirante motivazione che il
problema non esisteva, perché non si segnalavano casi di bambine velate alle
elementari, e su 13.169 allieve che frequentavano le scuole medie, le medie
superiori e quelle professionali se ne contavano solo 10 (già, ma il confronto
andava semmai fatto unicamente con le allieve musulmane, che allora erano
verosimilmente solo 200-300). Sarebbe interessante sapere quale esito darebbe
oggi un simile sondaggio…
Una porta spalancata per i crocifissi
Rileggendo in questi giorni la
sentenza del Tribunale federale del 1990 (relativa al Comune di Cadro) secondo
cui l’esposizione dei crocifissi nelle aule scolastiche ledeva la neutralità
confessionale dello Stato prevista dalla Costituzione, la mia attenzione è stata attirata dalla
seguente considerazione finale : “Il giudizio sarebbe forse stato diverso
ove si fosse trattato di statuire sulla presenza del crocifisso nei locali
scolastici adibiti ad uso comune, come ad esempio l’atrio, i corridoi, il refettorio
o, evidentemente, dove esistano, il locale destinato al culto o l’aula nella
quale viene impartito l’insegnamento facoltativo della religione” . Interessante,
vero? Ma c’è di più. Con sentenza del 18 marzo 2011 la CEDU (nel caso
Lautsi contro l’Italia), aveva stabilito
che l'esposizione del crocifisso nelle aule
scolastiche pubbliche non viola il diritto all'istruzione, poiché non
costituisce indottrinamento forzato e lo Stato deve avere la libertà di
mostrare la cultura maggioritaria. E allora, cristiani ticinesi, uscite dal
letargo e in barba alle autolesioniste e superate decisioni dei giudici
federali battetevi per far rientrare i crocifissi nelle aule scolastiche e per
espellere i veli islamici!
Giorgio Ghiringhelli

