Alberto Togni
Neutralità smantellata senza votare?
Redazione
23.02.2026 10:01

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In un Paese
dove la popolazione ha votato perfino sul taglio delle corna delle mucche, il
governo sta ora lasciando che a dettare la politica estera e di sicurezza sia
un circolo ristretto di funzionari del Dipartimento federale della difesa
(DDPS).
L’esempio più recente è la partecipazione di Martin Pfister alla
Conferenza di Monaco. Il consigliere federale ha basato il suo discorso
politico sul contenuto di due recenti documenti pubblicati dal suo
dipartimento: la nuova strategia in materia di politica di sicurezza e quella
in materia di politica d’armamento. Questi sono solo gli ultimi di una lunga
serie di testi e accordi pubblicati a un ritmo serrato a partire dal febbraio
2022 che contengono importanti stravolgimenti della linea di politica estera e
di sicurezza della Confederazione. Le parole d’ordine contenute sono sempre le
medesime: priorità alla cooperazione internazionale (con UE e NATO),
interoperabilità (con UE e NATO), acquisti congiunti d’armamenti (con UE e
NATO). Dai fautori di questi testi (e non solo), si sente ripetere che tutto
ciò è sempre “compatibile con la nostra neutralità” e che si tratterebbe solo
di questioni tecniche, volte a migliorare la cooperazione e gli scambi di
informazioni.
Tuttavia, non esiste cooperazione tecnica in ambito militare senza
implicazioni politiche. Aumentare la cooperazione e l’interoperabilità
significa allineare i sistemi d’arma, gli standard di comunicazione e le
dottrine strategiche e operative. Ogni esercitazione e formazione implica
infatti uno scenario, un nemico e una priorità strategica.
Questi elementi plasmano i protocolli, la mentalità e quindi le scelte
politiche.
Anche senza un’adesione formale alla NATO, la cultura della “cooperazione
internazionale” e dell’interoperabilità comporta un allineamento politico, così
come maggiori pressioni e legami informali per futuri impegni (dall’acquisto
congiunto di sistemi d’armamento alle formazioni militari, dalla ripresa delle
sanzioni economiche fino all’ipotesi, già evocata, di impieghi delle nostre
truppe all’estero).
Con l’adozione di questi documenti strategici definiti come “tecnici”,
anno dopo anno il confine fra neutralità, cooperazione e adesione de facto alla
NATO si fa sempre più labile.
Quanto più la Svizzera si uniforma agli standard dell’Alleanza atlantica,
tanto più viene percepita come parte integrante del blocco, con tutte le
conseguenze in termini di neutralità e sicurezza nazionale che ne derivano.
Tutto ciò, inoltre, avviene senza alcun dibattito pubblico e senza mandato
popolare, venendo bensì deciso a tavolino negli uffici di palazzo federale da
una ristretta cerchia di funzionari.
Sostenere che la neutralità resti così intatta solo perché manca un
trattato formale è ridicolo. La neutralità vive quando è riconosciuta come tale
perché il paese è capace di restare indipendente da blocchi militari e sistemi
di sicurezza controllati da terzi e non si fa influenzare da dottrine
strategiche e pressioni politiche altrui.
Se esercito, comunicazioni, pianificazione e procedure vengono
progressivamente armonizzati con quelli NATO, la neutralità resta in piedi
sulla carta ma nei fatti è già stata svuotata. È inaccettabile che cambiamenti
così profondi vengano delegati a tecnocrati o decisi attraverso piccoli passi
silenziosi. Chi vuole smantellare la neutralità e portarci verso
un’integrazione strutturale nei meccanismi militari euro-atlantici deve dirlo
chiaramente e portare finalmente la popolazione a decidere sulla neutralità.
Alberto
Togni, Membro di
direzione Partito Comunista

