Felice Dafond
Moratoria sulle tariffe elettriche? Ecco perché è inapplicabile
Redazione
17.09.2023 10:39

Foto: ©Chiara Zocchetti
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Quanto c’è di vero e quanto è demagogia? Ho letto
con interesse la filippica di Pino Sergi e la richiesta ai Comuni di una
pretesa “moratoria per difendere il potere d’acquisto delle famiglie”. È un po’
come se andassi a far benzina e dicessi al gestore di una piccola stazione di
servizio che l’aumento del carburante non lo pago, ma lo deve pagare lui, e non
la ditta petrolifera. No, proprio lui, piccolo commerciante che investe tempo e
denaro per mantenere la sua stazione di servizio. Non entro nei dettagli della
retorica di Sergi a favore di un controllo statale dell’economia (economia
pianificata) e di conseguenza sulla sua avversione per le regole del libero
mercato, nonostante il modello liberale abbia dimostrato di essere più equo,
resiliente e migliore anche per i ceti più deboli. Mi pare che alla fine lo
scopo di Sergi sia quello di far aumentare le imposte dei Comuni. Perché è
chiaro che se tagli le entrate delle nostre aziende ele6riche il comune quei
soldi li deve prendere altrove. Ne consegue che oltre che a tartassare
ulteriormente il ceto medio, si priverebbero i Comuni di risorse importanti, utilizzate
anche per aiutare le fasce più fragili della popolazione, in un momento in cui
i Comuni stessi sono già so6o pressione dal profilo finanziario. L’aumento
delle tariffe a cui saremo confrontati è stato causato in massima parte dalla
riserva energetica, dalle prestazioni di sistema Swissgrid, dagli aumenti dei
costi della rete a monte e dai costi del capitale. Vanno inoltre aggiunti i costi
per l’acquisto di energia sul mercato che, sebbene siano diminuiti dal picco di
agosto 2022, rimangono comunque 3-4 volte maggiori rispe6o ai prezzi vigenti
prima del 2021. Di conseguenza, i comuni non hanno avuto nessun ruolo negli
aumenti per il 2023. Bisogna inoltre ricordare che se è vero che i costi del
capitale sono saliti è semplicemente perché gli interessi per i crediti bancari
sono aumentati; quindi, anche i costi che le aziende ele6riche devono
sopportare per il proprio finanziamento sono maggiori. In secondo luogo,
afferma Sergi, la maggior parte delle principali società comunali di
distribuzione di ele6ricità gode di o\ma salute finanziaria, cosa che
striderebbe con gli aumenti dei prezzi scaricati sull’utenza. Ma non fa la
differenza fra produttore e distributore, mescolando Azienda elettrica ticinese
con AIL, AMB, SES, eccetera. Purtroppo per tu\ noi ticinesi i conti di AET nel
2022 hanno chiuso con una perdita di 56 milioni di franchi, e per il 2023 non
credo si possa prevedere un risultato migliore. Aggiungo che usare gli utili delle
società di distribuzione come metro di misura è troppo semplicistico: il
legislatore svizzero ha concesso ai distributori di fare utili per perme6ere
loro di ammodernare le proprie infrastru6ure. Un paragone internazionale ha
infatti dimostrato come in Svizzera la rete ele6rica sia vetusta (e lo è ancora
oggi) rispe6o al resto d’Europa. Non va inoltre dimenticato che la strategia
energetica 2050 scelta da Berna impone grandi investimenti nella rete di
distribuzione e ciò farà crescere ulteriormente le tariffe. Di conseguenza è
importante continuare ad investire nella rete, sia per recuperare i ritardi
accumulati, sia per perme6ere la realizzazione della strategia energetica 2050,
votata dal popolo svizzero. Per alcune nostre aziende di distribuzione gli utili
vengono investiti nell’ammodernamento dell’infrastruttura e la parte restante è
distribuita ai proprietari, che sono pur sempre l’ente pubblico (Cantone e
Comuni). L’eventuale dividendo serve ai Comuni (penso per esempio alla Società
elettrica sopracenerina) per ripagare il debito contratto negli scorsi anni per
acquistare le azioni dell’azienda. Ma anche se si volessero azzerare gli aumenti
per i prossimi 3 anni, quindi mantenere i prezzi al livello del 2023,
l’operazione costerebbe alle aziende di distribuzione decine di milioni di
franchi. Questa eventuale perdita supererebbe largamente gli utili dei corrispettivi
anni, e per almeno lo stesso periodo di tempo non sarebbe più possibile
procedere a investimenti. Cosa che comporterebbe una diminuzione del personale
(si stima un centinaio di persone distribuite sulle varie aziende) perché senza
investimenti non ha senso impiegare progettisti e squadre di operai.
Evidentemente, senza investimenti perderemmo altro tempo per l’ammodernamento
della rete, quindi accumuleremmo ancora più ritardi, ma peggio ancora non
saremmo pronti per la svolta energetica così come pensata nella strategia 2050:
già oggi dobbiamo potenziare la rete per evitare sovratensioni causate da
impianti fotovoltaici e ci sono giorni dove la stabilità di rete è messa in crisi.
Senza adeguati investimenti corriamo un rischio reale di non perme6ere
l’allacciamento di nuovi impianti fotovoltaici in determinate zone e di
blackout a causa dell’instabilità della rete. Oltre a tu6o questo c’è anche da
chiedersi cosa succederà con i prezzi nel 2027, quando scadranno i contra\ a
medio termine di acquisto di energia: ad oggi si ritiene poco probabile che ci
sarà una diminuzione per arrivare ai livelli del 2023. Un’altra dimostrazione
che il problema degli aumenti tariffali non si possono risolvere mantenendo artificialmente
i prezzi costanti.
Felice Dafond, Candidato al Consiglio nazionale per il Plr, Sindaco di Minusio e presidente dell’associazione dei comuni ticinesi

