Diego Baratti
Ma non possiamo chiamarli Bilaterali!
Redazione
17.12.2025 13:43

Foto: © Gabriele Putzu
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Per oltre
cinquant’anni, i rapporti tra Svizzera e Unione europea – così come con il
resto del mondo – si sono fondati su accordi di natura equivalente. Il
principio era semplice: riconoscimento reciproco, nessuna delle due parti
poteva obbligare l’altra a legiferare in un certo modo, nessuna gerarchia. È
così che nacque l’Accordo di libero scambio del 1972 con la CEE e, più tardi, i
Bilaterali I e II: cooperazione tra pari, non integrazione.
Con il nuovo pacchetto
di accordi, invece, si cambia paradigma. L’obiettivo non è più l’equivalenza,
ma la conformità alle norme europee. Non sono più le regole svizzere ad avere
valore determinante: lo sono quelle dell’UE. Questo passaggio dall’equivalenza
all’integrazione implica che l’UE possa de facto decidere anche per la
Svizzera. È esattamente per questo che l’UDC parla apertamente di un accordo di
sottomissione.
Finora ogni
disposizione europea veniva adattata e trasferita nel diritto svizzero tramite
un processo legislativo interno, con il Parlamento al centro della decisione
democratica. Con il nuovo modello, invece, gli atti giuridici UE diventano
automaticamente integrati: valgono in Svizzera senza più passare dal
Parlamento. Pagine e pagine di norme che non verrebbero nemmeno pubblicate sul
Foglio federale ma consultate su portali europei come EUR-Lex. Si tratta quindi
di un trasferimento di competenze legislative dagli organi democratici svizzeri
a quelli europei.
La responsabilità
dell’attuazione ricadrebbe poi sul Consiglio federale, che diventa esecutore di
norme prodotte altrove. Si introduce così un nuovo livello istituzionale sopra
Comuni, Cantoni e Confederazione: la Commissione europea. Un livello che non trova
alcun fondamento nella Costituzione, ma che avrebbe comunque effetti
vincolanti.
Il ruolo della
partecipazione democratica si ridurrebbe drasticamente: la Svizzera potrà
“partecipare” al processo legislativo europeo solo tramite esperti –
funzionari, tecnici, burocrati – senza consultazioni formali, senza obbligo per
l’UE di considerare le opinioni raccolte.
Il Consiglio federale
parla ora di “Bilaterali III”, ma in realtà, lasciando da parte gli slogan di
marketing di entrambe le parti, siamo di fronte a degli Accordi di integrazione
I.
In un periodo in cui
lo Stato cresce su tutti i livelli con più costi, burocrazia e imposte,
introdurre anche un quarto livello istituzionale sovranazionale significa
complicare ulteriormente un sistema già complesso. L’idea che ciò porterebbe
“certezza del diritto” appare più un’illusione che una prospettiva realistica.
I vantaggi a lungo
termine sono tutt’altro che garantiti: il tribunale dell’UE può modificare in
ogni momento le condizioni quadro, e non tutti gli Stati membri applicano le
regole con la stessa coerenza con cui lo farebbe la Svizzera.
In fondo, la domanda è
semplice: come proteggere il nostro federalismo, la nostra democrazia diretta,
il nostro modello istituzionale – se le decisioni cruciali verrebbero prese
altrove?
Diego Baratti - Vicepresidente UDC
Ticino

