Sara Rossini
Locarno ci sta dicendo cosa arriverà in tutto il Ticino
Red. Online
18.05.2026 20:04

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Ci sono dati
che dovrebbero preoccupare tutti. Non domani. Oggi.
A Locarno, nel
2025, le richieste di assistenza sociale sono cresciute del 13,2%. Sembra un
numero come un altro, finché non lo metti accanto alla media cantonale: +2,2%.
Locarno cresce sei volte tanto il resto del Ticino. E già questo basterebbe per
smettere di leggere distrattamente.
Ma il dato più
pesante non è quello economico. È che il 21,3% di chi oggi riceve prestazioni
assistenziali è minorenne. Aggiungendo la fascia tra i 18 e i 25 anni, si
arriva a quasi un terzo del totale. Stiamo parlando di ragazzi e ragazze che
stanno entrando — o dovrebbero entrare — nel mondo del lavoro e della
formazione, e che si trovano già in una situazione di fragilità sociale ed
economica.
Fermiamoci un
attimo qui.
Perché il
problema non finisce con l'età. Il 55% delle persone accompagnate non ha una
formazione. Un altro 33% ce l'ha, ma è un diploma che oggi sul mercato ticinese
non è più realmente spendibile, oppure non basta più, perché il mercato evolve
molto più velocemente delle risposte che stiamo dando. Tradotto: solo il 12% di
chi finisce in assistenza ha in mano qualcosa di davvero utilizzabile per
trovare lavoro.
Ed è qui che
emerge uno dei nodi più grossi: la mancanza di una vera visione strategica
della formazione, soprattutto di quella professionale. Perché continuare a
formare giovani senza chiederci se quelle competenze saranno spendibili tra
cinque o dieci anni significa solo spostare il problema più avanti.
A questo si
aggiunge un altro numero che pesa: il 35% di chi entra in assistenza ci resta
per oltre cinque anni. Non difficoltà temporanee, quindi. Percorsi che
diventano cronici, persone che con il passare del tempo fanno sempre più fatica
a rientrare nel sistema.
E attenzione:
questi sono i dati di Locarno. Ma la sensazione di chi è sul campo è che
Locarno stia semplicemente anticipando quello che vedremo, progressivamente, in
tutto il Cantone. Perché questo problema non nasce oggi. È anni che cresce.
Lentamente. Costantemente. Sotto gli occhi di tutti.
È ora di
smetterla di lavorare a compartimenti stagni. Continuare a leggere a pezzi i
dati di scuola, sociale, politica, economia e aziende, e raccontarli ciascuno
dalla propria angolazione — quella che fa fare bella figura a chi gestisce il
dossier — non sta funzionando. Per trovare soluzioni concrete bisogna iniziare
a collegare i punti: mettere insieme numeri, esperienze sul campo e competenze
trasversali. Leggere il problema nella sua complessità reale, non a fette.
La sensazione,
guardando tutto questo, è quella di un gommone in mezzo al mare pieno di buchi:
metti una pezza da una parte e si apre un altro buco dall'altra. E nel
frattempo l'aria continua a uscire.
Mentre succede
questo, però, nascono continuamente nuovi progetti, nuovi gruppi di lavoro,
nuove proposte finanziate da Cantone, Confederazione o Fondazioni "per
aiutare i giovani". Progetti che spesso non si parlano tra loro, che a
volte si sovrappongono, che lavorano in parallelo senza una strategia comune, e
che alla fine risolvono poco. Sembra quasi che — tra enti, fondazioni e proposte
— ognuno voglia garantirsi il proprio pezzo di giardino. Per esserci. Per
giustificare la propria presenza.
E qui apro una
breve parentesi personale.
In questi
quattro anni di Fill-Up — progetto cresciuto senza finanziamenti pubblici — ho
capito una cosa: in Ticino collaborare viene raccontato bene, ma praticato
molto meno. Chi prova a costruire qualcosa di concreto e fuori dai soliti
circuiti rischia facilmente di essere percepito come uno che invade il
territorio di altri. E così, invece di unire competenze ed esperienze, si
finisce per lavorare in difesa del proprio spazio. Non perché la gente sia in
malafede. Ma perché il sistema premia chi resta nel proprio recinto e penalizza
chi prova ad aprire i cancelli.
Chi è sul campo
sa bene che il problema è più grande di quanto sembri. E forse dovremmo
iniziare a dirci anche il perché: mancanza di competenze, paura di perdere il
posto, paura di non essere rieletti, paura di esporsi davvero. E a volte una
certa ipocrisia collettiva: "sì, è un problema, ma tanto non tocca a
me".
Nel frattempo,
però, stiamo rischiando di perdere una generazione intera. E no, non perché i
giovani "non hanno voglia", ormai questa è una lettura superata.
Il problema è
un altro, ma — come spesso succede — si continua a guardare il dito invece
della luna.
Bisognerebbe
mettere in discussione il sistema, e con lui chi ci sta dentro. E questo
significa toccare cose intoccabili. Perché quando un problema è sistemico, non
lo si risolve — come si vuole far credere — con una campagna social, un tavolo
di discussione o l’ennesima misura cerotto. Lo si risolve solo quando qualcuno
decide finalmente di guardare la realtà per quella che è; ma soprattutto quando
si ha il coraggio di ammettere che qualcosa non sta più funzionando, accantonando
i propri interessi personali. E non parlo di soldi. Parlo di ego. Di comando.
Di potere.
Siamo ancora in
tempo. Ma ogni anno che passa senza una risposta vera non è tempo guadagnato —
è tempo regalato al problema. E il problema, a differenza di chi dovrebbe
risolverlo, non ha niente da perdere.
Sara
Rossini, CEO di Fill-Up

