Ismael Camozzi
L'esercito mente: perché il servizio civile non è il suo problema
Redazione
11.05.2026 08:19

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L'esercito, in crisi di attrattività —
questione che appare peraltro fuorviante dal momento che, secondo le cifre
rilasciate da Berna il 1° marzo 2025, l'esercito conta 146'700 militari
incorporati — dovrebbe farsi un esame di coscienza. Dato che attribuire la
responsabilità dei suoi problemi al Servizio Civile non solo rappresenta
malafede o – per usare un eufemismo – un errore di analisi, ma costituisce una
menzogna. Infatti, i dati parlano chiaro: tra i trentenni di una classe di leva
solamente il 14% risulta legato al servizio civile. Il restante si distribuisce
nella seguente maniera: il 13% è incorporato nella protezione civile, il 35%
sono ancora militari, mentre, infine, il 37% non presta più servizio per motivi
medici. Per cui, nella logica di rendere maggiormente attrattivo l’esercito,
appare insensato accanirsi sul servizio civile.
Ma la realtà dei fatti è ben diversa e
l'esercito non vuole ammetterla, poiché ad esso l'arbitraria e illegale tassa
di esenzione, condannata due volte dalla Corte Europea dei Diritti Umani
(CEDU), rispettivamente nel 2009 e nel 2021, è allettante. Infatti, l'esercito,
grazie alla tassa di esenzione, ruba ogni anno circa 167 milioni a quei giovani
che, per ragioni fisiche o psichiche, non possono prestare servizio. Ecco la
duplice contraddizione dell'esercito, nuda alla luce della verità: in primo
luogo, quest'ultimo imputa, in maniera pretestuosa, la responsabilità della
propria crisi di attrattività al Servizio Civile che però, come si evince dai
dati, vi incide solo minimamente; in secondo luogo, nasconde sotto il tappeto
la vera causa, ovverosia l'alto tasso di inabili al servizio che gli fanno
gola, poiché sono costretti a pagare l'illegittima tassa sotto la copertura del
Tribunale Federale che non ha abbastanza spina dorsale per emettere una
sentenza che ne sancisca l'abolizione.
Le vere ragioni del tentativo di smantellare il
diritto all'obiezione di coscienza appaiono incomprensibili, se non si analizza
il processo di militarizzazione e la corsa al riarmo che sta avvenendo sotto i
dettami dell'UE – che ha approvato un massiccio pacchetto di riarmo pari a 800
miliardi – e della NATO, la quale pretende che i suoi vassalli investano il 5%
del proprio PIL nell'industria bellica. La Svizzera non è però immune a tale
processo. È dunque chiaro che lo smantellamento del Servizio Civile è un punto
del piano elvetico di adeguarsi alla militarizzazione dell'Europa. Urge
pertanto riconoscere che il riarmo non si configura come un fenomeno neutro né
meramente tecnico-militare: esso risponde a precisi interessi di classe e a una
collocazione internazionale inequivocabile.
Perciò, la scelta di una parte della borghesia
svizzera di procedere a un'ostentata collocazione atlantista e,
simultaneamente, a un maggiore attivismo militare della Confederazione –
attraverso il riarmo, l'allentamento alla legge sull'esportazione di materiale
bellico, la coscrizione femminile e le missioni all'estero – provoca
trasformazioni importanti sull'economia nazionale e sugli stessi equilibri di
potere interni al Paese. La militarizzazione svizzera, con armi americane,
appare così come un disperato tentativo delle élite atlantiste di mantenere i
propri profitti scaricando i costi sui lavoratori. L'aumento del budget
dell'esercito avviene infatti sulle spalle del servizio pubblico che subirà,
nelle misure previste dal preventivo federale 2026, tagli pari a 2,36 miliardi;
a ciò si aggiunge la proposta di finanziare l'esercito attraverso l'aumento
dello 0,8% dell'IVA: una tassa antisociale che colpisce le fasce popolari.
Pertanto, con l'acuirsi della situazione
internazionale che vede accendersi nuovi conflitti ogni giorno e l'aumento
della repressione nei confronti dei movimenti studenteschi che in Europa stanno
combattendo contro il riarmo e il ripristino della coscrizione obbligatoria,
votare NO il 14 giugno alla riforma del Servizio Civile non servirà solo a
difendere un'alternativa utile alla collettività, ma sarà un vero e proprio
atto di resistenza alla guerra.
Ismael Camozzi, Coordinatore SISA

