Graziano Pestoni e Edoardo Cappelletti
Legge sulla polizia: un pericoloso passo indietro
Redazione
07.05.2026 12:23

Foto: ©Chiara Zocchetti
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Una
settimana fa il Gran Consiglio ha approvato, a maggioranza, una nuova legge
sulla polizia. Essa sostituisce quella del 1989, definita storica per
l’abbandono di norme antiquate quali la consegna in caserma e l’organizzazione
militare che comportava una cieca ubbidienza da parte del funzionario di
polizia rispetto ai superiori gerarchici. Tra le sanzioni disciplinari gli ufficiali
potevano decidere «la consegna in caserma», ossia la permanenza nelle carceri
pretoriali tra un turno di lavoro e l’altro. Era una legge inadeguata per l’agente e
pericolosa per il cittadino, che nel frattempo ha comunque visto dei
peggioramenti come la custodia di polizia e la consegna di minorenni.
La
legge appena approvata è stata definita «equilibrata» da Simona Genini, vicecapogruppo
PLR. Un giudizio che, nel solco dei principi dello Stato di diritto, non condividiamo
e che non condivide nemmeno l’Associazione per la difesa del servizio pubblico
(ASP). Gli stessi deputati Gianluca Padlina (Centro) e Andrea Rigamonti (PLR), dopo
aver sottoscritto il progetto di legge, hanno presentato non a caso un’iniziativa
parlamentare che chiede l’allestimento di un rapporto annuale sulla gestione
cantonale delle minacce e sulle misure preventive. Un’ulteriore conferma che,
peraltro anche dopo i timori espressi in aula dal Consigliere di Stato Claudio
Zali, le preoccupazioni espresse dall’ASP ma anche dal Sindacato VPOD
apparivano fondate.
La
nuova legge rappresenta infatti un pericoloso passo indietro: essa comprime i
diritti fondamentali e metterà in difficoltà gli agenti chiamati ad applicarla,
in particolare per via della mancanza di garanzie e di chiarezza che questa materia
sensibile richiede.
L’assetto
approvato, per esempio, trascura il valore della collaborazione con i servizi
sociali di prossimità soprattutto per i minori; introduce un concetto della
gestione delle minacce che confligge con i principi della presunzione
d’innocenza e della materialità del diritto penale; prevede misure troppo indeterminate
sui perturbatori e sulle manifestazioni, che potrebbero limitare la libertà di
espressione; conferma una sregolata custodia di polizia e la consegna di minori;
ammette il trattamento di dati e una serie di misure preventive su persone senza
una vigilanza giudiziaria, dimenticando che il nostro Paese ha già vissuto
qualche anno fa una triste storia con le schedature.
Come
se tutto ciò non bastasse, nel progetto di regolamento allegato al messaggio
governativo, si prospetta il rafforzamento della via di servizio. Questo testo
recita: «quando ritiene che un superiore abbia leso i suoi diritti o gli abbia
impartito un ordine illecito, l’agente di polizia o il collaboratore possono
chiedere un colloquio chiarificatore». Si tratta di una norma che risulta sempre più
chiaramente in contrasto con i diritti del personale. Altrettanto deludente è stata la
reintroduzione della delega a privati del trasporto detenuti, un ambito sensibile
che dovrebbe rimanere responsabilità diretta dello Stato.
La
nuova legge fa quindi un passo importante nella direzione sbagliata. Conferisce
nuovi poteri alla polizia a scapito dei diritti dei cittadini, non è
accompagnata da politiche di prevenzione e peggiora le condizioni di lavoro degli
agenti, i quali come dimostrato dal recente sondaggio dei Sindacati sono sempre
più sotto pressione.
Ben
vengano quindi ripensamenti e controlli da parte del Gran Consiglio, posto che
gli interventi della polizia riguardanti le libertà individuali dovrebbero sempre
svolgersi sotto l’attenta vigilanza della magistratura e nel quadro delle
necessarie garanzie.
Graziano Pestoni e
Edoardo Cappelletti, Membri comitato
Associazione per la difesa del servizio pubblico

