Paolo Morel
Latte - l’oro delle Alpi non brilla più
Redazione
25.03.2025 09:58

Foto: ©Gabriele Putzu
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Il
latte, alimento che suscita grandi emozioni in tutti noi, legate alla nostra
infanzia, al nostro territorio e alle nostre tradizioni ha fatto notizia a più
riprese negli ultimi mesi. Il settore lattiero in Ticino sta attraversando un
momento estremamente critico e anche la politica se n’è accorta. Tanto da
presentare un’interpellanza firmata da deputati di tutti i principali partiti
presenti in Parlamento dal titolo "produttori sull'orlo del baratro".
E c’è del vero perché il nostro territorio è orfano già oggi di uno dei
prodotti più amati, il latte pastorizzato (bio e non) dalle nostre montagne che
manca sugli scaffali dei negozi da oltre 6 mesi.
In
questo contesto è comprensibile che coloro che sono in possesso di capacità
produttive adatte approfittino della loro posizione di vantaggio e ci
mancherebbe. Va sottolineato che le istituzioni e gli attori che si occupano
del mondo del latte stanno cercando con tutte le loro forze di riscrivere la
storia, per dare un futuro a questo settore. Poi però ci dovrebbe pensare il
mercato e l’affezione dei consumatori e delle consumatrici per l’uno o l’altro
prodotto caseario a decretare il vincitore e non un ricorso, anche se lecito. Tutti
devono essere consapevoli che il futuro di molte famiglie contadine e aziende
soprattutto di piccola taglia è oggettivamente a rischio.
A
questo punto del discorso sarebbe però necessario un distinguo tra i due
mercati: il formaggio e le sue declinazioni dal latte fresco ticinese
pastorizzato, che oggi non può venir prodotto. Il lettore attento starà
pensando, “in effetti un caseificio c’è già e la LATI è andata in fallimento –
quindi a che scopo costruire un altro caseificio?”.
Questa
confusione è il sintomo del malessere di un settore che pensa prevalentemente
alla produzione lattiera, mentre oggi ciò non basta più. Bisogna pianificare e
organizzare la filiera come sistema. È necessario tener conto dei costi di
produzione, della massa critica, delle distanze di trasporto, della
trasformazione del latte, dei desideri del consumatore (in termini di prodotto
e imballaggio) e della promozione di marchio e prodotti.
Ciò
che ha funzionato nel passato non sarà per forza successo nel futuro e potrebbe
servire una strategia per l’intera filiera del latte. Una strategia coerente e
obiettiva porterebbe gioco forza a decisioni scomode e dolorose, ma chi deve
decidere nel nostro cantone fa notoriamente fatica a “scontentare”. Posso
sbagliarmi ma temo che questo lusso non possiamo più permettercelo.
La
domanda di fondo resta: cosa si vuole fare? La risposta non sembra esserci o
perlomeno non è ancora conosciuta al pubblico. Se il “Piano Marshall del latte
ticinese” non ha ancora visto la luce, allora abbiamo l’opportunità di
rimettere a zero le lancette e ripartire, non dalla materia prima, ma da
un’idea imprenditoriale, comprensiva di tutti gli aspetti indicati sopra. Siamo
di fronte ad una decisione difficile me ne rendo conto: favorire gli interessi
di parte o cogliere l’opportunità di rivedere il sistema e far tornare a brillare
l’oro delle alpi.
Paolo Morel, Presidente PLR Lugano

