Alessandro Speziali
La Svizzera non è on demand
Redazione
05.03.2026 07:33

Foto: ©Gabriele Putzu
Il presente contributo è l’opinione personale di chi lo ha redatto e non impegna la linea editoriale di Ticinonews.ch. I contributi vengono pubblicati in ordine di ricezione. La redazione si riserva la facoltà di non pubblicare un contenuto o di rimuoverlo in un secondo tempo. In particolare, non verranno pubblicati testi anonimi, incomprensibili o giudicati lesivi. I contributi sono da inviare a [email protected] con tutti i dati che permettano anche l’eventuale verifica dell’attendibilità.
L’iniziativa
«200 franchi bastano!» suona bene, ma è una cattiva idea. La RSI-SSR non è solo
un canale o una radio, è una presenza che conosce i luoghi e li rende visibili.
Racconta associazioni, sport, cultura, valli e periferie. In un Paese piccolo,
plurilingue e federale, questa non è una funzione accessoria ma è parte della
coesione.
Lo è
ancora di più oggi, mentre si indeboliscono altre istituzioni che per decenni
hanno costruito esperienze comuni e un vissuto condiviso: un esercito di
milizia meno capillare, regie federali meno diffuse, presenze pubbliche meno
radicate. Quando questi collanti si ritirano, la società non diventa
automaticamente più libera: spesso diventa più frammentata, più isolata, più
polverizzata. Colpire anche il servizio pubblico mediatico significa togliere
un altro pezzo di infrastruttura civile.
Non
è una difesa d’ufficio. Come PLRT siamo stati critici verso la RSI quando
necessario. Proprio per questo infastidisce la scorciatoia intellettuale che si
vuole vendere: siccome il servizio pubblico può sbagliare, allora lo si
dimezza. Se il problema è la qualità, il pluralismo o la trasparenza, la
risposta è pretendere regole migliori, confronto e responsabilità. Non un
taglio che riduce redazioni, contrae la presenza regionale e rende inevitabile
una centralizzazione dove chi è minoranza linguistica paga per primo – salvo
poi lamentarsi che i giovani vanno Oltralpe o che in Ticino i salari soffrono.
Noi
beneficiamo della solidarietà tra regioni linguistiche. Dal canone riscosso
nella Svizzera tedesca sono ridistribuiti circa 230 milioni alla Svizzera
italiana. Non sono solo soldi: sono giornalismo, produzione, sport, cultura,
informazione sul territorio. Per questo colpisce vedere chi si proclama
difensore del Ticino e poi sostiene, per disciplina di schieramento o per
interesse delle grandi aziende, una proposta che al Ticino toglierebbe risorse
e voce.
Dietro
questa iniziativa c’è un’idea di società che non condivido: la logica del tutto
on demand. Pago solo ciò che consumo, ciò che mi serve, ciò che mi somiglia.
Come se informazione, coesione e democrazia diretta fossero un abbonamento
streaming. Ma la Svizzera non si è costruita così. Il nostro benessere nasce
anche da una paziente architettura comunitaria e solidale fatta di istituzioni,
regole, servizi e di un terreno comune di informazione.
E
poi c’è un punto politico e culturale: non voglio un paesaggio mediatico
polarizzato, dove ogni canale diventa una curva. La neutralità perfetta non
esiste, ma – per dirla con Max Weber – l’oggettività non è assenza di valori: è
metodo, disciplina, distinzione tra fatti e giudizi, senso della
responsabilità.
Per
questo voterò NO. Non perché la RSI sia perfetta, ma perché una Svizzera che
rinuncia a un terreno comune di informazione e riconoscimento reciproco si
indebolisce. E il Ticino, in questo gioco, non ci guadagna: ci rimette voce,
presenza e coesione.
Alessandro Speziali, Presidente PLRT

