Marco Chiesa
La spirale perversa dell’immigrazione
Redazione
15.04.2026 08:58

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Per troppo tempo il dibattito sull’immigrazione in Svizzera
è stato dominato da allarmi sulla mancanza di manodopera, rassicurazioni
istituzionali e promesse ai residenti disattese. Nel frattempo, dal 2002 a
oggi, sono immigrate nel nostro Paese circa 2 milioni di persone. La Svizzera
conta oggi oltre 9,1 milioni di abitanti. E il mantra è rimasto sempre lo
stesso: abbiamo bisogno di più immigrazione. La popolazione residente
permanente aumenta nell’ordine delle 80–100’000 persone all’anno. Tradotto in termini
concreti: si aggiunge l’equivalente di più di una città come Lugano, o quasi
due città come Bellinzona. Possiamo davvero permetterci questa dinamica?
Ogni
incremento comporta circa 45’000 nuove abitazioni, oltre a investimenti
massicci in scuole, infrastrutture, energia e sanità. Richiede centinaia di
medici e migliaia di operatori sanitari, decine di migliaia di automobili in
più sulle strade e tonnellate di rifiuti da smaltire. Nel frattempo, da anni,
scompare circa un metro quadrato di territorio ogni secondo. Questa non è una
crescita sostenibile. È una spirale perversa. Più popolazione genera più
bisogni; più bisogni richiedono nuove infrastrutture e maggiore manodopera;
maggiore manodopera significa nuova immigrazione. È un meccanismo che si autoalimenta.
Non è sviluppo. È saturazione. Il nodo non è solo quantitativo. È qualitativo.
Uno studio dell’Ufficio del lavoro del Canton Zurigo mostra che solo una quota
minoritaria degli immigrati è impiegata nei settori dove esiste una reale
carenza di personale qualificato.
Nel 2024, oltre 42’000 persone sono arrivate
in Svizzera per ricongiungimento familiare, senza un legame diretto con il
mercato del lavoro. Questo significa che l’immigrazione, così come è oggi, non
è uno strumento mirato. Non seleziona in funzione dei bisogni del Paese:
accumula. Se esistono carenze reali di profili competenti, la risposta non può
risiedere in una crescita indiscriminata della popolazione. La soluzione è una
gestione autonoma e mirata dell’immigrazione, definita in funzione delle
esigenze e priorità del Paese. Anche l’argomento dell’AVS va ricondotto alla
realtà. Un sistema sociale che dipende per sopravvivere da una crescita
continua della popolazione è, per definizione, fragile. Servono sempre nuovi
contribuenti, che a loro volta generano nuovi costi e saranno i prossimi
beneficiari. Non è una soluzione. È un rinvio del problema.
L’iniziativa «No a
una Svizzera da 10 milioni» introduce un principio semplice: la crescita deve
essere compatibile con la sostenibilità del Paese. Prevede, fino al 2050,
un’immigrazione ragionevole, sufficiente per rispondere ai bisogni reali senza
alimentare la spirale. Il 14 giugno saremo chiamati a scegliere se vogliamo
continuare con questa traiettoria insostenibile o correggerla. La Svizzera non
deve crescere senza limiti. Deve crescere con misura. Quando la politica esita,
spetta al popolo indicare la direzione. E quel momento è adesso. Prima che i
problemi diventino irreversibili.

