Piergiuseppe Vescovi
La spesa pubblica del Cantone: oltre i numeri del BAK, verso una lettura più profonda
Redazione
31.12.2025 18:03

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L’analisi commissionata dal Parlamento
ticinese al BAK Economics ha portato nuova luce sulla spesa pubblica cantonale.
Il confronto rigoroso e puntuale con gli altri Cantoni svizzeri distingue tra costi
strutturali, quindi difficilmente comprimibili, e costi unitari, ossia
influenzabili dalle scelte politiche. Una distinzione fondamentale che permette
di capire dove si possa realmente intervenire e dove invece il margine di
manovra resti limitato.
Cosa è emerso
Lo studio rivela con chiarezza che: la spesa pro capite del
Ticino supera del 5% la media svizzera; questa
differenza deriva in larga misura da fattori strutturali legati alla
demografia, alla geografia e al contesto socioeconomico del Cantone. Non si
tratta dunque di sprechi, ma di caratteristiche intrinseche del territorio; i settori in cui il Ticino spende sensibilmente di più sono i
sussidi di cassa malati (RIPAM), i trasporti pubblici, i servizi agli
anziani, la formazione pedagogica e professionale e il sostegno sociale.
Secondo il BAK, è proprio qui che si concentra il maggior potenziale
di intervento; il margine di ottimizzazione sfiora i 100 milioni di franchi,
soprattutto nei settori sopra citati. Non cifre astronomiche se rapportate
a una spesa complessiva di oltre 4 miliardi, ma comunque una leva
significativa. Le reazioni politiche sono state variegate, ma
con un tratto comune: per il Consiglio di Stato il Ticino non è uno
spendaccione, bensì un Cantone che paga in pieno il peso della sua struttura.
Dunque sì, si può migliorare la gestione, ma non la si può stravolgere.
Una posizione compiacente che molte forze politiche sembrano aver condiviso. Tuttavia, questo quadro rende ancora più
urgente e tagliente il dibattito sull’introduzione del limite massimo del 10% del
reddito disponibile per i premi di cassa malati: sarà necessario reperire nuove
risorse proprio per un settore in cui, già oggi, il Ticino fa molto più della
media elvetica.
L’elemento non considerato: i salari ticinesi
C’è però un fattore che lo studio sembra non aver preso in debita considerazione
e che cambia la prospettiva.
I salari ticinesi sono sistematicamente più bassi rispetto al resto della
Svizzera: nel settore privato il divario è del 20-25%, mentre nel pubblico la
differenza risulta inferiore ma comunque sostanziale. Possiamo ragionevolmente
ritenere che, a parità di funzione, un dipendente pubblico ticinese guadagni il
10-15% in meno rispetto ai colleghi d’oltre Gottardo. Se ne ricaviamo la conseguenza logica, la
lettura dei dati cambia radicalmente.
A parità di ambito operativo, il nostro Cantone impiega quindi circa il 15%
di personale in più rispetto alla media svizzera. In altri termini, i numeri
sembrano comprovare ciò che sosteniamo da tempo, ossia che esiste un problema
reale di inefficienza organizzativa. E allora, andando oltre il perimetro dello
studio, il messaggio implicito è potente.
Il margine di intervento è ben più ampio dei 100 milioni citati. Solo
nell’organizzazione del lavoro pubblico potremmo potenzialmente individuare almeno
altri 200 milioni di franchi all’anno, tra spese per il personale e costi per
beni e servizi direttamente correlati.
Risorse che non devono derivare da tagli indiscriminati, ma passare da una
modernizzazione profonda e ormai improrogabile dell’amministrazione tutta.
Il punto è chiaro: l’organizzazione va ripensata con coraggio
È arrivato il momento di dirlo senza
esitazioni: non basteranno piccoli aggiustamenti.
Serve una revisione totale dell’apparato statale, dei processi, dei flussi
interni e dell’utilizzo delle tecnologie digitali. Il futuro
dell’amministrazione pubblica ticinese passa da qui. Mi auguro con convinzione che il prossimo
dibattito politico sappia finalmente cogliere questa opportunità e trasformarla
in una priorità reale e concreta.
Con questo auspicio, e con la speranza che il 2026 sia l’anno della svolta, vi
saluto cordialmente.
Piergiuseppe Vescovi, economista

