Alessandro Speziali
La scuola non ci rende tutti uguali
Redazione
24.09.2026 07:56

Foto: ©Chiara Zocchetti
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I
recentissimi risultati PISA 2025 dicono una cosa semplice. La Svizzera e il
Ticino reggono nel confronto internazionale, ma su un piano inclinato. La
classifica dice dove siamo rispetto agli altri, mentre il confronto nel tempo
ci dice dove stiamo andando. E la direzione non è rassicurante.
Dal
2015 la Svizzera ha perso terreno nella lettura e nella matematica. Il Ticino è
arretrato in tutti e tre gli ambiti, con un calo accelerato tra il 2022 e il
2025 e più marcato di quello svizzero in ogni disciplina. Essere davanti a chi
fa peggio non significa migliorare. Il segnale più allarmante viene dagli
allievi che non raggiungono le competenze di base. In Ticino sono il 20% nelle
scienze, il 27% nella lettura e il 24% in matematica. In quest’ultimo ambito la
quota è più che raddoppiata dal 2015, mentre sono diminuiti gli allievi molto
competenti. Lo stesso rapporto cantonale invita a cercare le cause anche
nel sistema educativo.
Il
DECS sottolinea che in Ticino la distanza tra i risultati migliori e quelli
peggiori è inferiore alla media svizzera. Una forbice più stretta è positiva,
ma non basta se si chiude verso il basso. Aumentano gli allievi sotto la soglia
minima, calano i punteggi medi e arretra l’eccellenza. È il rischio che come
PLR segnaliamo da tempo. Equità significa aiutare chi è in difficoltà a salire,
senza smettere di stimolare chi può arrivare più lontano.
I dati
PISA e il dibattito nazionale impongono quindi la domanda di fondo. La scuola
sta ancora facendo fino in fondo il proprio mestiere, cioè formare, educare,
istruire e stimolare? Da qui dovrebbe partire ogni riforma, compresa quella dei
livelli nella scuola media – il cui obiettivo non può essere unicamente il
principio dell’equità (malgrado sia il principio faro del Dipartimento).
Negli
ultimi anni specialisti e commentatori, soprattutto sull’isola libera dell’NZZ,
hanno rimesso in discussione alcuni dogmi del dibattito educativo. Nel
tentativo di rendere la scuola sempre più inclusiva rischiamo di confondere la
parità delle opportunità con l’uguaglianza dei risultati e il sostegno con
l’abbassamento delle aspettative.
Una
scuola giusta impedisce che l’origine sociale diventi una condanna, sostiene
chi parte svantaggiato, colma le lacune e lascia aperta la possibilità di
cambiare percorso. Ma non finge che tutti abbiano gli stessi talenti,
inclinazioni, motivazioni e ritmi. Il contesto familiare conta e ricordo bene i
corsi di sociologia e i testi di Daniel Gaxie. In Svizzera, però, le strade per
riuscire sono molte e non passano tutte dal liceo o dall’università. Formazione
professionale, apprendistato e formazione continua permettono di costruire percorsi
solidi. Questa pluralità è una forza del nostro Paese.
L’inclusione
è un principio giusto, ma diventa una politica sbagliata quando ignora ciò che
accade nelle classi. I dati raccolti da GfS Bern tra oltre diecimila docenti
svizzeri invitano alla prudenza. In una classe media di diciotto allievi,
cinque hanno una diagnosi formale e altri due richiedono un sostegno
particolare. L’83% degli insegnanti segnala un aumento del carico di lavoro, il
71% ritiene trascurati gli allievi più forti e il 52% osserva un calo delle
prestazioni.
Questi
dati impediscono di ridurre tutto alla mancanza di risorse. È doveroso
chiedersi se la risposta debba sempre essere un altro specialista o un’altra
misura individualizzata. Oltre
una certa soglia, l’inclusione rischia di diventare inclusivismo, un approccio
piuttosto in voga in Ticino. Ogni differenza diventa un bisogno speciale, ogni
difficoltà una compensazione, ogni fragilità qualcosa da neutralizzare.
Compensare gli svantaggi è sacrosanto. Ma una scuola deve anche insegnare ad
affrontare le difficoltà, misurarsi con i propri limiti e, quando possibile,
superarli. Non sempre aiutare significa togliere l’ostacolo.
La
scelta non è tra scuola inclusiva e scuola selettiva. Per alcuni bambini la
classe ordinaria è la soluzione migliore; per altri può esserlo una classe di
sostegno, uno spazio temporaneamente separato o un insegnamento più
differenziato. Riconoscere che esigenze diverse chiedono risposte diverse non è
illiberale. Illiberale è imporre a tutti un unico modello in nome di
un’uguaglianza da manuale.
La
scuola deve sostenere gli allievi più fragili senza frenare il resto della
classe e valorizzare le capacità teoriche quanto quelle pratiche. Deve chiedere
molto agli insegnanti, senza pretendere che risolvano in una sola aula tutti i
problemi della società. Molti docenti ce lo dicono chiaramente: l’inclusione
sul terreno non è quella dei libri di teoria.
Lo
Stato deve garantire buone condizioni di partenza, rimuovere gli ostacoli
ingiusti e non chiudere troppo presto nessuna porta. Non deve cancellare le
differenze né promettere a tutti lo stesso traguardo. Una scuola davvero equa
non rende tutti uguali. Permette a ciascuno di diventare il meglio di ciò che
può essere.
Alessandro
Speziali, Presidente PLRT

