Elio Del Biaggio
La salute scoppia. E la politica continua a rimbalzare le responsabilità
Redazione
14.09.2026 19:04

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Ci risiamo. Come ogni anno, puntuali
come le stagioni, arriveranno gli aumenti dei premi dell’assicurazione malattia
obbligatoria. E come ogni anno arriveranno anche le spiegazioni, le
giustificazioni e soprattutto il solito ritornello della politica: «Non dipende
da noi», «Non possiamo farci niente».
È federale. No, è cantonale. Dipende
dagli ospedali, dai medici, dalle casse malati, dai costi delle prestazioni,
dalla Confederazione, dai pazienti. E così, mentre le competenze rimbalzano da
un livello istituzionale all’altro, il conto continua invece a finire sempre
nello stesso posto: nelle tasche dei cittadini.
Ma quanto può ancora reggere questo
meccanismo?
Per molte famiglie ticinesi il premio di
cassa malati non è più semplicemente una voce importante del bilancio
familiare. È diventato un costo che condiziona concretamente la qualità della
vita, insieme all’affitto o all’ipoteca, alle imposte, alla spesa quotidiana,
all’energia, ai trasporti e a tutto ciò che continua ad aumentare e rincarare.
E il paradosso è evidente: si parla
continuamente di contenimento dei costi, di riforme, di ottimizzazione, di
efficienza. Poi, puntualmente, i premi aumentano e al cittadino viene chiesto
di stringere ancora una volta la cinghia.
Qualcosa, evidentemente, non torna.
Non è sufficiente continuare a spiegare
che la sanità costa. È vero, ma la domanda seria dovrebbe essere un’altra:
perché costa così tanto e perché nessuno riesce, o vuole davvero, intervenire
sulle cause?
Dove sono le responsabilità? Quali
prestazioni possono essere razionalizzate? Quanto incidono burocrazia,
strutture, duplicazioni, interessi e inefficienze? E quanto siamo disposti,
davvero, a mettere in discussione un sistema che sembra avere sempre nuovi
costi ma raramente qualcuno disposto a intervenire alla radice?
E soprattutto: chi difende concretamente
il cittadino che paga?
Perché il cittadino non può continuare a
essere soltanto l’ultimo anello della catena. Quello che paga i premi, paga le
imposte, paga franchigie e partecipazioni e, quando necessario, deve perfino
rinunciare a qualcosa perché curarsi costa troppo.
Eppure la reazione pubblica sembra
stranamente debole.
Ci indigniamo per molto meno. Discutiamo
per settimane di dettagli, polemizziamo sui social, ci dividiamo su questioni
spesso marginali. Ma davanti a un problema che incide ogni anno direttamente
sul bilancio di centinaia di migliaia di persone, prevalgono spesso
rassegnazione e silenzio.
Forse è proprio questo il problema: ci
siamo abituati all’inaccettabile.
Ci siamo abituati agli aumenti. Ci siamo
abituati alle spiegazioni. Ci siamo abituati al rimbalzo delle responsabilità.
Ci siamo abituati all’idea che tanto non si possa fare nulla.
Ma qualcosa si deve poter fare. E
qualcosa si può fare subito.
Una misura concreta e di immediata
applicabilità per attenuare almeno in parte questo salasso sarebbe rendere
integralmente deducibili dalle imposte i premi dell’assicurazione malattia
obbligatoria.
Non risolverebbe il problema alla
radice, naturalmente. Non farebbe diminuire i costi della sanità e non
sostituirebbe le riforme necessarie. Ma ridurrebbe immediatamente il peso
fiscale su famiglie e cittadini, restituendo loro almeno una parte di quanto
oggi sono costretti a destinare a una copertura obbligatoria.
Del resto, non vorremo mica tassare due
volte lo stesso reddito?
Prima il cittadino paga le imposte sul
reddito che guadagna. Poi una parte di quel reddito, che non è realmente
disponibile perché deve essere destinata obbligatoriamente alla propria
assicurazione sanitaria, viene nuovamente gravata dal fisco attraverso la
mancata piena deducibilità del premio.
È davvero una logica che possiamo ancora
considerare equa?
Se la copertura è obbligatoria, perché
il relativo costo non dovrebbe essere integralmente riconosciuto dal sistema
fiscale? Almeno su questo fronte, non servono anni di trattative, tavoli di
lavoro e interminabili rimbalzi di competenze: serve una decisione politica.
E se le competenze sulla sanità sono
distribuite fra Confederazione e Cantoni, questo non può diventare un alibi per
non fare nulla. Il compito della politica non è spiegare ai cittadini perché un
problema è difficile da risolvere, ma è cercare, pretendere e costruire
soluzioni.
Il Ticino dovrebbe avere il coraggio di
alzare la voce, non soltanto quando arrivano i nuovi premi, ma prima. Dovrebbe
chiedere trasparenza sui costi, pretendere efficienza, mettere in discussione
ciò che non funziona e fare pressione a Berna perché la sostenibilità del
sistema sanitario torni a essere una priorità reale.
E, nel frattempo, potrebbe almeno
alleggerire il peso fiscale di chi quei premi è obbligato a pagarli.
Perché la salute è un diritto, ma il suo
finanziamento non può diventare un peso insostenibile per chi lavora, per le
famiglie e per chi vive già con un reddito modesto.
E allora, quando arriveranno i prossimi
aumenti, sarebbe bello che almeno una volta non sentissimo soltanto il solito
coro di «non dipende da noi», ma vorremmo sentire qualche «adesso basta».
E soprattutto vedere qualcuno disposto a
trasformarlo, finalmente, in fatti.
di Elio Del Biaggio

