Roberto Ostinelli
La patologia non è sempre nelle persone, ma può essere nel sistema
Red. Online
17.09.2026 09:11

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Quando un’istituzione comincia a comportarsi in modo irrazionale,
crudele, autodistruttivo, o difettare di trasparenza e comunicazione, la nostra
prima reazione è quasi sempre quella di cercare un colpevole. Ci chiediamo chi
abbia manipolato il sistema, chi lo abbia corrotto o chi abbia preso il
controllo delle decisioni. È una reazione comprensibile, ma può essere
profondamente incompleta, o addirittura pericolosa.
Esiste infatti una possibilità più inquietante: un sistema può
sviluppare comportamenti patologici anche senza essere composto da persone
patologiche. È sufficiente che la sua struttura inizi a premiare
sistematicamente determinati comportamenti, anche quando questi riducono la
qualità delle decisioni e la capacità dell’organizzazione di correggere i
propri errori.
È questo uno degli aspetti più interessanti della ponerologia politica:
invece di concentrarsi esclusivamente sulla ricerca di personalità patologiche
ai vertici, occorre osservare quali comportamenti l’istituzione seleziona,
amplifica, protegge e riproduce.
Immaginiamo due funzionari, o due politici.
Il primo segnala i problemi, ammette l’incertezza e informa i superiori quando
una politica non funziona.
Il secondo comprende invece che portare informazioni scomode può danneggiare la
propria carriera e impara a trasformare i fallimenti in successi, a
delegittimare le critiche e a raccontare al vertice ciò che il vertice vuole
sentirsi dire.
La domanda decisiva è: chi dei due viene premiato?
Se nel tempo avanza soprattutto chi protegge l’istituzione dalle
informazioni scomode, si crea un meccanismo di selezione patologico. I
comportamenti che riducono la possibilità di correggere gli errori diventano
progressivamente normali e, successivamente, possono perfino essere considerati
virtuosi.
La manipolazione diventa “disciplina della comunicazione”, la
soppressione del dissenso diventa “moderazione”, il carrierismo diventa
“lealtà” e la protezione degli insuccessi diventa “difesa della fiducia
pubblica”.
Questo porta a un errore importante: trasformare il problema in una
caccia ai “cattivi”.
Le persone non sono necessariamente categorie fisse. Una persona può resistere
a un abuso e successivamente diventare parte del sistema che lo riproduce; un
dissidente può diventare dogmatico e un critico può trasformarsi in un
difensore dell’istituzione che inizialmente contestava.
Le persone cambiano, ma soprattutto si adattano agli incentivi
dell’ambiente nel quale operano. Per questo è più utile osservare i ruoli
che un sistema produce piuttosto che classificare definitivamente gli
individui.
Il problema diventa particolarmente grave quando il dissenso diventa
costoso, la fedeltà conveniente, gli errori una minaccia alla reputazione, le
informazioni negative rallentate lungo la gerarchia e le conseguenze delle
decisioni trasferite su persone lontane da chi le ha prese. A quel punto
l’istituzione può arrivare a comportarsi peggio di quanto farebbero
individualmente molte delle persone che ne fanno parte.
È un fenomeno che può manifestarsi in governi, aziende, università,
media, partiti, organizzazioni religiose, ONG, società tecnologiche, forze
armate e persino movimenti nati per contestare il potere. Nessuna ideologia
possiede il monopolio di questo meccanismo.
C’è poi una conseguenza ancora più profonda: la perdita della fiducia.
La società moderna funziona attraverso una fiducia delegata, perché nessuno può
verificare personalmente ogni informazione o ogni decisione istituzionale. Ma
questa fiducia funziona soltanto quando le istituzioni rimangono correggibili.
Quando le dichiarazioni ufficiali divergono ripetutamente dalla realtà
osservabile, le persone iniziano a verificare autonomamente documenti,
registri, dichiarazioni e cronologie. Progressivamente ognuno diventa il
proprio auditor. Quando questo processo raggiunge un certo livello, anche
un’affermazione vera può diventare difficile da credere senza una verifica
indipendente. Il sistema entra così in una sorta di insolvenza epistemica.
Un altro paradosso è che un sistema patologico può apparire estremamente
coerente. Un governo può sembrare stabile perché criticare è diventato
rischioso; un’azienda può apparire perfettamente allineata perché tutti hanno
imparato ciò che il vertice vuole sentirsi dire; un movimento può sembrare
unanimemente compatto perché il dissenso viene considerato tradimento.
Ma la vera coerenza non consiste nell’eliminare il dissenso. Un sistema
sano deve poter tollerare chi dice: “Questo progetto è fallito”; “Abbiamo fatto
diversi errori di valutazione”;
“Purtroppo abbiamo sbagliato e ci scusiamo con l’intera popolazione”;
“Le prove non sono sufficienti”; “Non lo sappiamo”; “Non c’è un accordo unanime
per cui…” ecc. ecc.
Da qui emerge la conclusione più importante: la soluzione non
consiste semplicemente nel trovare leader migliori. Se gli incentivi, i
percorsi di carriera, i meccanismi informativi e le strutture di potere
rimangono invariati, prima o poi qualcun altro imparerà ad adattarsi allo
stesso ambiente.
La vera soluzione è costruire sistemi nei quali le decisioni possano
essere contestate, le autorità possano scadere, gli errori possano essere
ammessi, le informazioni possano essere verificate e le decisioni possano
essere corrette.
Una patocrazia, in questa prospettiva, non deve necessariamente essere
definita come il sistema nel quale “gli psicopatici hanno preso il potere”, ma
come una condizione nella quale gli incentivi e le strutture istituzionali
premiano comportamenti che riducono la correzione esterna, indeboliscono la
responsabilità e proteggono il potere dalla contraddizione.
Il vero test della salute di un’istituzione non è quindi stabilire
quanto siano buone le persone che la guidano, ma verificare quanto sia
ancora possibile correggerla quando sbaglia.
Una società libera non può garantire leader perfetti. Può però costruire
istituzioni nelle quali i cattivi leader, le decisioni sbagliate, le previsioni
fallaci e gli incentivi perversi rimangano correggibili.
La vera sicurezza, quindi, non consiste nel trovare governanti migliori
o funzionari migliori.
Consiste nel costruire sistemi che non abbiano bisogno di governanti o
funzionari perfetti.
Roberto Ostinelli – deputato in GC come Indipendente.

