Yannick Demaria
La nuova Legge sulla promozione delle attività dell'infanzia e della gioventù
Redazione
12.06.2025 18:39

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Il dibattito pubblico sulla condizione
giovanile si sviluppa troppo spesso in loro assenza: si discute di giovani,
ma raramente con loro, e quasi mai a partire da loro.
Non scrivo unicamente in qualità di
rappresentante politico, ma anche come giovane cittadino pienamente consapevole
delle tensioni esistenziali, delle carenze strutturali e delle aspirazioni
profonde che segnano la condizione giovanile nel nostro Cantone.
Questa legge costituisce molto più di una
semplice revisione normativa: essa rappresenta una presa di posizione culturale
e simbolica, un atto politico nel senso più autentico del termine. Con essa si
riconosce che la gioventù non è una porzione marginale o incompleta della
cittadinanza, da controllare o disciplinare, ma una soggettività piena,
generativa, dotata di capacità trasformativa e immaginativa. Una presenza viva,
creativa, essenziale all'organicità del tessuto sociale.
La mia riflessione desidera soffermarsi su due
assi concettuali che attraversano questa riforma: il concetto di spazio e il
valore fondativo della collettività.
Viviamo in una società che, purtroppo, tende
progressivamente a sottrarre luoghi di incontro autentici, gratuiti e
accessibili. I giovani del nostro Cantone si trovano a crescere in un ambiente
in cui lo spazio pubblico appare spesso come uno spazio deterrente,
sorvegliato, talvolta ostile; uno spazio in cui l'accesso è subordinato a
logiche di consumo, a prestazioni misurabili, a modelli performativi. In tale
contesto, l'assenza di luoghi autonomi, accoglienti e privi di giudizio non è
solo una carenza infrastrutturale: è una ferita esistenziale. Essa produce
solitudine, disgregazione sociale, disillusione.
Ora, ci si può chiedere: cosa significa,
davvero, "spazio" per una persona giovane, oggi? In che senso lo
spazio è elemento costitutivo della soggettività? La riflessione proposta da
Immanuel Kant nella Critica della ragion
pura ci offre una chiave interpretativa interessante: lo spazio non è un
oggetto tra gli altri, ma una condizione trascendentale della possibilità
dell'esperienza. Senza spazio, nessun fenomeno può darsi all'intuizione.
Trasportato nella sfera della convivenza sociale, questo pensiero ci impone una
conseguenza politica: senza luoghi da abitare, da trasformare, da sentire come
propri, non vi può essere esperienza sociale significativa per le giovani
generazioni.
Ecco perché, da un punto di vista filosofico e
civile, la questione dello spazio giovanile non è secondaria, ma essenziale.
La forza di questa esperienza si esprime in
modo ancora più radicale nelle pratiche residenziali, come quelle delle
colonie, dove lo spazio si intreccia alla dimensione del tempo condiviso. In
queste realtà, i giovani non solo abitano un luogo, ma lo fanno per un periodo
prolungato, lontani dalle abitudini quotidiane e dai circuiti familiari,
sperimentandosi nella collettività. Il valore educativo della residenzialità
non si esaurisce nella dimensione logistica, ma diventa una vera palestra di
cittadinanza, dove si impara a stare con gli altri, a condividere
responsabilità, a riconoscersi reciprocamente.
In questo quadro, la legge interviene in modo
coraggioso e necessario, sancendo la possibilità per Cantone e Comuni di
mettere a disposizione spazi pubblici – interni ed esterni – gratuitamente o a
condizioni agevolate per attività ideate, promosse e vissute dai giovani
stessi. Un principio contenuto nell'articolo 1 della legge, che va ben oltre
l'efficienza amministrativa: riconosce il diritto di esistere nella sfera
pubblica, il diritto di coabitare il territorio come cittadini attivi,
portatori di senso, non semplici fruitori passivi di servizi.
La Risoluzione e la petizione
dell'Associazione Realtà Giovanili Ticino, che qui volentieri rappresento,
colgono perfettamente questa necessità, laddove denunciano l'insufficienza
strutturale degli spazi e propongono azioni concrete: mappature, utilizzo temporaneo
di stabili dismessi, sviluppo di aree pubbliche all'aperto. Tutto questo si
radica nella convinzione che lo spazio è generatore di relazioni, di comunità,
di parola e di senso; che lo spazio è anche un diritto, soprattutto per chi non
ha altre risorse per costruire percorsi di emancipazione e di espressione.
Si tratta, in fondo, di una questione
democratica: una società che non garantisce luoghi condivisi di esistenza è una
società che rinuncia alla propria dimensione collettiva. Una società senza
spazi è una società senza futuro.
E allora diciamolo chiaramente: i giovani non
devono elemosinare luoghi dove esistere. Pensiamo a quanto valore sociale,
culturale e simbolico esprimono le esperienze di autogestione responsabile, i
progetti creativi nati dal basso, le iniziative che fanno vivere il territorio,
spesso con pochissime risorse e con tantissimo impegno. Dare spazio ai giovani
significa riconoscerne la capacità di visione, di progettualità, di
cittadinanza.
Come scrive Georges Perec nel suo saggio Espèces d'espaces, «Viviamo senza
pensare agli spazi che ci attraversano». In questa riflessione si cela un
invito radicale: tornare a interrogare l'evidenza, a nominare ciò che troppo
spesso diamo per scontato. Gli spazi, per Perec, non sono contenitori neutri ma
matrici esperienziali: ci formano, ci orientano, ci mettono in relazione.
Troppo spesso, i giovani si ritrovano a muoversi in ambienti privi di
riconoscibilità e di significato, in quei "nonluoghi" che Marc Augé
ha definito come spazi del transito e del consumo, dove l'identità si dissolve
e la relazione si fa impossibile.
Questa legge, al contrario, ci invita a un
gesto opposto e generativo: quello di pensare, progettare e abitare spazi
dotati di senso. Luoghi in cui i giovani possano imprimere tracce, intrecciare
narrazioni, costruire memoria collettiva.
La seconda dimensione che desidero affrontare
è quella della collettività, della possibilità di stare insieme, di intessere
relazioni, di edificare cittadinanza. La legge in oggetto valorizza
esplicitamente le pratiche educative non formali, che si configurano come
percorsi complementari all'istruzione scolastica e che sono capaci di generare
competenze sociali, senso di responsabilità, e soprattutto il sentimento, oggi
rarefatto, di appartenenza a una comunità.
In un mondo che promuove la frammentazione,
l’autoreferenzialità e la prestazione individuale come orizzonti dominanti,
questa legge restituisce centralità alla partecipazione, alla cooperazione,
alla condivisione come forme generative del vivere comune. Non è un caso che
Hannah Arendt, nel suo capolavoro Vita activa,
rilevi che la dimensione autenticamente umana non nasce nella solitudine, ma
nello spazio condiviso dell’azione e della parola: (cito) «L’essere umano non
esiste in isolamento: è inserito in un mondo che condivide con altri. L’azione,
e quindi la politica, nasce laddove gli esseri umani si incontrano, parlano e
agiscono insieme».
Questo spazio dell’incontro, del confronto,
dell’azione comune, non può essere considerato un privilegio: è, piuttosto, una
condizione minima della democrazia. Va garantito, difeso, e continuamente
reinventato.
La legge afferma con chiarezza che il
benessere psicosociale delle nuove generazioni non può essere considerato una
responsabilità esclusivamente individuale, bensì una questione di ordine
collettivo. E che, se vogliamo costruire un futuro più giusto, più coeso, più
umano, dobbiamo oggi generare le condizioni perché ogni giovane possa
esprimersi, incontrarsi, apprendere e riconoscersi nel dialogo con l’altro.
Non possiamo sottovalutare il valore simbolico
di una presenza pubblica che non si limita a finanziare, ma riconosce e
legittima queste esperienze come parte integrante del progetto educativo
collettivo. Così fu cinquant’anni fa con l’adozione della prima legge cantonale
sulle colonie. Così dovrebbe essere anche oggi: non per burocratizzare ciò che
nasce dalla vitalità del territorio, ma per rafforzare i legami tra
apprendimento, convivenza e cura dell’altro. Ogni volta che uno Stato sostiene
l’educazione come relazione – non come contenuto da trasmettere ma come cammino
da fare insieme – esercita la sua funzione più alta.
Apprezziamo, inoltre, il metodo con cui questa
legge è stata concepita e costruita: non calata dall'alto, ma generata
attraverso un processo di coinvolgimento reale dei giovani e degli enti attivi
sul territorio. L'esperienza dell'evento #facciamolegge, così come la
consultazione ampia che ha visto il 93% dei partecipanti esprimersi
favorevolmente, mostrano con chiarezza che quando si apre il dialogo, quando si
riconosce l'autorità dell'esperienza vissuta, si producono strumenti normativi
più efficaci, più legittimi, più giusti.
In questo senso, la legge stessa può essere
letta come un atto collettivo, come una forma di cittadinanza attiva in atto,
che ha saputo mettere in relazione le energie, le visioni, le intelligenze di
coloro che il futuro lo abitano già: le giovani e i giovani del nostro Cantone.
Gli spazi e la collettività che questa legge
promuove non sono soltanto dispositivi pratici: sono simboli. Simboli di una
società che sceglie di riconoscere le sue nuove generazioni, di ascoltarle, di
attribuire loro dignità e parola. Uno spazio giovanile non è solo un luogo
fisico: è un segno visibile di fiducia, un invito all’espressione, un patto
intergenerazionale. E ogni forma di collettività che nasce da questi luoghi non
è soltanto socialità: è costruzione di senso, è educazione alla cittadinanza, è
testimonianza vivente di una democrazia che non ha paura della pluralità, ma
che da essa si lascia trasformare.
Un Cantone che investe con coraggio nella
generazione che viene dimostra di non temere il cambiamento, ma di riconoscerne
il potenziale. Dare spazio alle e ai giovani significa, in ultima istanza, dare
spazio al futuro.
Yannick Demaria, granconsigliere GISO

