Giuseppe Cotti
La neutralità svizzera: tra mito, illusione e Realpolitik
Keystone-ats
27.09.2023 13:18

Foto: ©Chiara Zocchetti
Il presente contributo è l’opinione personale di chi lo ha redatto e non impegna la linea editoriale di Ticinonews.ch. I contributi vengono pubblicati in ordine di ricezione. La redazione si riserva la facoltà di non pubblicare un contenuto o di rimuoverlo in un secondo tempo. In particolare, non verranno pubblicati testi anonimi, incomprensibili o giudicati lesivi. I contributi sono da inviare a [email protected] con tutti i dati che permettano anche l’eventuale verifica dell’attendibilità.
La neutralità è uno dei tanti paradossi di
questo magnifico Paese: è una costante nella nostra Storia, ma nel contempo
rimane sempre un tema delicato da discutere. A partire dal febbraio 2022, la politica
ha dovuto riscoprire che questa postura geopolitica, per quanto amata, deve
sempre essere adeguata ai tempi – e che è illusorio trattarla come una
dichiarazione scritta nella pietra, immune allo scorrere del tempo.
Dobbiamo sempre tenere a mente che la
neutralità svizzera è sempre stata un mezzo, non un fine in sé. È una strategia
che abbiamo scelto perché la consideriamo la migliore, quando si tratta di
perseguire i nostri interessi e difendere i valori in cui crediamo. Per questo
motivo, è fondamentale per la Svizzera rimanere flessibile, nel quadro di linee
guida ben definite – il che è ben diverso dal pretendere una totale libertà
d'azione. È una via complicata ma pragmatica, e con il pragmatismo che ci
contraddistingue oggi siamo chiamati ad ammettere che la nostra neutralità
zoppica – e che ci sono due ragioni precise per questa crisi.
Per prima cosa, il diritto di neutralità si
fonda su due Convenzioni oltremodo obsolete (risalgono al 1907!), concluse
quando ancora il diritto internazionale considerava la guerra un mezzo
accettabile con cui gli Stati potevano affermare i rispettivi interessi.
Inutile dire che, da allora, il mondo è profondamente cambiato.
Il
secondo fattore che provoca la crisi della neutralità è invece tutto
contemporaneo: si tratta della confusione che regna sul tema, alimentata anche
dall’atteggiamento del Consiglio federale. Mi disturba per esempio l'approccio
dimostrato nel trattare le sanzioni contro la Russia adottate dall'Unione
Europea. Nel giro di appena una notte, il nostro Governo si è adeguato alle
decisioni di Bruxelles. Mi pare impossibile che in così poco tempo ci sia stata
una riflessione approfondita sul da farsi: piuttosto, si è trattato di una
reazione impulsiva.
Un approccio così poco meditato solleva
preoccupazione, specialmente per un piccolo Paese che è un punto di riferimento
internazionale per la diplomazia. La Svizzera avrebbe potuto e dovuto mostrare
più cautela: prima di adottare le sanzioni, sarebbe stato meglio stabilire
canali diplomatici per contribuire a disinnescare il conflitto. Purtroppo,
l'adozione delle sanzioni ha azzerato lo spazio a nostra disposizione per
cercare di aprire un simile canale.
Più in generale, mi pare chiaro che sulla
neutralità manca assolutamente chiarezza: verso l’interno e verso l’esterno. Il
Parlamento è sicuramente corresponsabile di questo stato di cose, visto che
sembra dominare al suo interno un approccio improntato alla ricerca di
visibilità personale e alla cosiddetta «twitter diplomazia». Molti dei nostri
parlamentari pretendono che il DFAE prenda posizione all’istante su qualsiasi
evento a livello internazionale (come, ad esempio, la crisi iraniana o quella
fra Taiwan e Cina), ignorando che la diplomazia ha tempi che non corrispondono
a quelli dell’indignazione sui social media.
È in questo quadro non limpidissimo che ora si
inserisce anche un’iniziativa dell’UDC, che se non sceglie il momento migliore
di certo ha però un merito: obbliga tutti a mettere le carte in tavola e a
discutere apertamente dei loro orientamenti di lungo periodo. Inoltre, il testo
rispetta esplicitamente gli obblighi della Svizzera nei confronti dell'ONU.
Personalmente, potrei essere d'accordo con
l’impostazione adottata dagli iniziativisti, ma solo ad alcune condizioni. È
importante che il Consiglio federale mantenga la facoltà di esercitare un
proprio giudizio, se un membro permanente del Consiglio di sicurezza ONU
dovesse esercitare il suo diritto di veto. In passato, l'UDC ha giustamente
sollevato preoccupazioni riguardo al comportamento delle superpotenze, e anche
nel discutere questa iniziativa occorre agire nell’interesse della Svizzera e
del suo margine di manovra – a vantaggio dei nostri interessi e della nostra
tradizione diplomatica.
Giuseppe Cotti, Vicesindaco di Locarno e
Candidato al Consiglio nazionale per il Centro.

