Shabnam Mazidi
La mia notte iraniana in Svizzera
Redazione
16.01.2026 19:18

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Ho fatto un
incubo. Mi sveglio di colpo e guardo l’orologio: sono le 2:15 del mattino. Controllo
subito le notizie. Chiamo uno a uno i membri della mia famiglia e i miei amici.
Nessuna risposta. Da più di otto
giorni non ho notizie di loro. Non so se siano vivi. Non so se stiano bene. Cerco di
allontanare i pensieri peggiori e di dormire ancora un po’. Ma l’incubo si
ripete. Mi sveglio di nuovo: sono le 3. Ricontrollo le notizie, scorro senza
sosta. Piango. Il sonno non torna più.
Scrivo
continuamente su X. Pubblico tweet nel tentativo di mantenere l’attenzione su
un popolo che vive sotto un assedio totale: il popolo iraniano. Mi manca mia
madre. Spero che non abbia avuto paura. Spero che non abbia perso la speranza.
Spero che sia sana. Da anni non
vedo la mia famiglia e l’idea di non rivederli mai più mi fa tremare il corpo. Mio marito è
molto preoccupato per me. Mi chiede di allontanarmi un po’ dalle notizie e di
uscire a fare due passi insieme, forse per aiutarmi a respirare. Appoggio la
testa al sedile dell’auto e guardo fuori dal finestrino. Fuori è tutto normale.
Inquietantemente normale. Penso che,
quando tutto questo finirà, dovrò rivolgermi a uno psicoterapeuta. Poi mi dico
che qui nemmeno un terapeuta riuscirebbe a comprendere davvero il mio dolore.
Avrei bisogno di parlare con uno psicologo iraniano. Mi viene in
mente una psicologa che, attraverso il suo profilo Instagram, cercava di
aiutare le persone a ritrovare un po’ di calma. Mi si riempiono gli occhi di
lacrime. E mi chiedo: è normale piangere pensando a qualcuno che non ho mai
incontrato?
Parcheggiamo
l’auto e saliamo in ascensore. Mio marito mi
asciuga le lacrime e mi dice: «Ogni volta che ti guardo così, mi si spezza il
cuore». Provo
compassione anche per lui. Da quattro anni, da quando sono entrata nella sua
vita e mi sono trasferita in Svizzera, segue e porta con sé il dolore mio e
quello di novanta milioni di miei connazionali innocenti. E soffre con noi. Una bambina
entra in ascensore con sua madre. Scoppio a piangere. Mio marito mi guarda,
preoccupato. Tra le lacrime dico: «I bambini innocenti dell’Iran… quelli che in
questi giorni vivono nella paura. Molti di loro sono stati uccisi». Qualcuno
spiegherà mai a questi bambini che le persone vengono uccise nelle strade
perché un giorno possano crescere nella libertà e nella sicurezza? Penso a mia
sorella e a suo marito. Desideravano tanto avere un figlio, ma hanno deciso di
non diventare genitori, per non condannare un bambino a vivere nella stessa
oppressione in cui vivono loro.
Mia sorella… la
mia dolce sorella. Vorrei poter
scrivere una lettera ai più alti funzionari e cercare di salvarli, di farli
uscire dall’Iran. Poi ricordo che durante dodici giorni di guerra ho scritto
alle autorità svizzere e a quelle di molti Paesi del mondo, chiedendo aiuto. Mi hanno
risposto con grande cortesia, ma hanno rifiutato la mia richiesta: avrei dovuto
dimostrare che la loro vita fosse più a rischio di quella degli altri. Ma come? Non è forse
vero che in Iran la vita di tutti è ugualmente in pericolo? E tuttavia è
evidente che io non posso fare nulla per mettere in salvo novantadue milioni di
esseri umani innocenti. Mentre
camminiamo, mio marito cerca di calmarmi. Mi dice: «So che sei
piena di dolore e di rabbia. Capisco il tuo crollo e le tue lacrime. Ma ti stai
distruggendo. E se succedesse qualcosa a te, sarebbe un danno anche per loro:
perderebbero una voce che, nei Paesi liberi, grida per loro. Tu devi essere la
loro voce. Fino ad oggi il percorso che hai seguito è stato giusto. La lotta
non è solo nelle strade o con le armi. La tua lotta è anche da casa, attraverso
l’informazione e i social media». «Quando l’Iran
sarà libero, avremo tempo per abbracciarci e piangere. Piangere a lungo. Piangere
a voce alta». E io penso che
la lotta non sia finita finché l’Iran non sarà libero.

