Elio Del Biaggio
La grande fuga: il Ticino sta perdendo i suoi giovani
Redazione
15.04.2026 20:39

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C’è un
fenomeno che attraversa il Ticino in modo silenzioso, ma costante: la progressiva
uscita di giovani qualificati verso altri centri economici e accademici. Non si
tratta semplicemente di mobilità – elemento naturale in un contesto aperto e
dinamico – bensì di una perdita strutturale di capitale umano.
A partire
non sono tutti, indistintamente. Sempre più spesso, sono i profili meglio
formati, più intraprendenti, più orientati alla crescita. Giovani che trovano
altrove ciò che qui faticano a intravedere: prospettive, riconoscimento,
possibilità di sviluppo.
Questo non
è un giudizio di valore sulle persone che restano, ma una constatazione sulle
dinamiche di sistema. Quando un territorio non riesce a trattenere o attrarre
in modo competitivo i propri talenti, il rischio non è solo quantitativo. È
qualitativo.
Un
equilibrio che si indebolisce
Il Ticino
continua, benché forse sempre meno, a distinguersi per qualità formativa e
vivibilità.
Tuttavia,
questi elementi non sono più sufficienti a compensare alcune criticità
strutturali: un mercato del lavoro limitato nei settori ad alto valore
aggiunto, livelli salariali assai meno attrattivi e costi della vita più
elevati rispetto ad altre regioni svizzere, un ecosistema dell’innovazione
ancora in fase di consolidamento.
A ciò si
aggiunge un elemento meno discusso, ma percepito: quando la politica appare
assente e le logiche di appartenenza prevalgono sul merito, la fiducia si
erode. E con essa, la volontà di restare.
Non va inoltre
trascurato un effetto più profondo e spesso sottovalutato: la progressiva
perdita di cultura, mentalità e tradizioni locali. Quando le nuove generazioni
si allontanano, non si perde solo forza lavoro, ma anche continuità
identitaria, memoria collettiva e capacità di rinnovare le radici nel tempo.
Il
risultato è un progressivo disallineamento tra competenze disponibili e
opportunità offerte. Un disallineamento che alimenta la partenza e,
soprattutto, riduce la probabilità di rientro.
Il rischio
di una lenta normalizzazione
Se questa
tendenza dovesse consolidarsi, il Ticino potrebbe trovarsi di fronte a una
trasformazione meno visibile ma più profonda: una graduale riduzione della
densità di competenze ad alto potenziale.
In assenza
di una massa critica di talenti, si attenua la capacità di innovare, di
competere, di attrarre investimenti. Si rischia, in altre parole, una
normalizzazione verso il basso degli standard complessivi.
Non è un
destino inevitabile, ma una traiettoria possibile se il fenomeno viene
sottovalutato.
Una
questione di visione
Affrontare
la “grande fuga” richiede più di interventi puntuali. Richiede una visione
strategica condivisa, capace di integrare politiche economiche, formative e
territoriali.
Alcuni
elementi appaiono centrali:
- rafforzare
i settori ad alto valore aggiunto
- creare
condizioni realmente competitive per i giovani professionisti
- favorire un
ambiente dinamico, aperto all’innovazione e al rischio
- valorizzare
il merito e il potenziale, in modo trasparente e sistemico
-
costruire percorsi concreti di rientro per chi ha
maturato esperienze altrove
-
tornare a mettere al centro i giovani e la
propria gente
Conclusione
La partenza
dei giovani non è, di per sé, un problema. Lo diventa quando non è accompagnata
da ritorni, scambi e circolazione di competenze.
Il vero
nodo non è se i giovani partono, ma se il Ticino resta un luogo in cui vale la
pena tornare. E, prima ancora, un luogo in cui vale la pena restare.
Perché
trattenere – e attrarre – i migliori non è solo una questione economica. È una
scelta di posizionamento, di ambizione e, in ultima analisi, di futuro.
Elio Del
Biaggio,
Ingegnere e consulente, comunicatore e autore sui temi
di leadership, società e cambiamento, attento e sensibile al territorio del
Cantone Ticino e ai ticinesi

