Amalia Mirante
La disoccupazione reale in Ticino sfida la narrazione ufficiale
Redazione
26.02.2024 15:00

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In Ticino, il dibattito sulla disoccupazione è, come al
solito, confuso. Secondo la Segreteria di Stato dell’Economia (SECO) i
disoccupati nel quarto trimestre del 2023 erano “solo” 4'400. Invece secondo i calcoli
più realistici dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) si aggiravano
intorno agli 11’000.
La discrepanza è notevole, con il metodo ILO che dipinge
una realtà più cruda e vicina al vissuto della gente, rispetto ai dati
ottimistici della SECO, che conta solo chi si registra agli uffici regionali di
collocamento (URC).
Questa divergenza non solo genera confusione ma alimenta
anche la favola di un mercato del lavoro ticinese più florido di quanto non sia
in realtà. È tempo di chiamare le cose con il loro nome: il tasso SECO non
misura la disoccupazione reale.
Il tasso SECO rapporta le persone iscritte agli uffici
regionali di collocamento con il totale della popolazione attiva. Un metodo
corretto e veritiero. Ma purtroppo anche un dato parzialissimo.$
In effetti, questo indicatore si riferisce soltanto alle
persone che sono, al tempo stesso, disoccupate e iscritte agli uffici di
collocamento. In realtà, si iscrivono agli URC quasi solamente le persone che
hanno diritto all’indennità di disoccupazione. Tuttavia, sono tantissime le persone
in cerca di un lavoro che non sono iscritte agli URC. I motivi sono vari. Non hanno
diritto alle indennità oppure il diritto si è esaurito. Oppure si tratta di ex studenti
o persone scoraggiate.
Per compensare le lacune dell’indicatore SECO – corretto
ma parziale – abbiamo uno strumento che fotografa il fenomeno in modo più
completo: il tasso ILO. Questo tasso stima i disoccupati tramite sondaggi
telefonici con un campione molto più ampio e rappresentativo (anche se
probabilmente il risultato è ancora sottostimato).
Evidentemente, questo secondo metodo si avvicina di più
al significato comune di “disoccupazione”. Ci dà in pratica un elemento di
realtà piuttosto che un dato burocratico.
La discrepanza tra i due tassi non è grave di per sé.
Però crea confusione. Per risolvere questa situazione, basterebbe specificare
meglio che il tasso di disoccupazione SECO in realtà non descrive la
disoccupazione ma conta gli iscritti agli URC. Insomma, non chiamiamo “tasso di
disoccupazione” il tasso SECO, perché non lo è.
La domanda sorge spontanea: perché non
si chiede di cambiare? La risposta potrebbe risiedere nella tentazione di
dipingere un quadro ottimistico del mercato del lavoro locale, una narrazione
confortante ma non allineata con la realtà. Se si scegliesse la via della
trasparenza ciò non solo aumenterebbe la comprensione pubblica ma potrebbe
anche stimolare azioni e politiche più mirate per curare la vera e grave
disoccupazione nel cantone.
Amalia Mirante, candidata Avanti&MTL al Municipio di Lugano

