Amalia Mirante
La disoccupazione cresce: non facciamo gli struzzi!
Redazione
15.11.2024 10:41

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Nessuno ama parlare di disoccupazione, sottoccupazione e povertà,
tanto meno chi governa il Paese.
“Lassù” si preferiscono narrazioni rasserenanti. Si racconta
di un Cantone Ticino innovativo e all’avanguardia dove poli di eccellenza
nascono come funghi. Una piccola Silicon Valley pronta a partire alla conquista
del mondo.
Sfortunatamente, la realtà è ben diversa. Proprio ieri
mattina sono arrivati i dati della disoccupazione nel Cantone Ticino calcolata
secondo il metodo dell’organizzazione internazionale del lavoro (ILO).
Questa stima poggia su basi statistiche: include le persone
che non hanno un lavoro e lo stanno ancora cercando. Differisce dalla
disoccupazione “ufficiale” della Segreteria di Stato dell’economia (SECO) che
si limita a contare gli iscritti presso gli Uffici Regionali di Collocamento
(URC).
Non tutti i disoccupati sono iscritti, come sapete bene.
Le nostre autorità preferiscono la statistica SECO anche perché
permette di raccontare una storia tranquillizzante: il canton Ticino avrebbe un
tasso di disoccupazione bassissimo, 2.4%: “solo” 4’000 disoccupati.
Eppure, la nostra realtà, quella che vediamo attorno a noi, appare
molto diversa: chiunque di noi conosce vicini che non trovano lavoro, hanno
figli o figlie che faticano a inserirsi, lavoratori esperti licenziati che non
riescono a ricollocarsi. Autorità ed esperti dicono che si tratti di una
percezione. Ma non lo è.
I dati ILO confermano che quello che le persone sentono
sulla loro pelle corrisponde alla realtà. Queste cifre ci dicono che in Ticino le
persone disoccupate in cerca di un lavoro e disposte a lavorare sono oltre
13’200. Il tasso di disoccupazione è al 7.3%, ben tre volte il dato della SECO.
Per trovare un numero così alto di persone disoccupate, dobbiamo tornare al periodo
Covid. Solo chi è in mala fede può
sorprendersene: basterebbe guardare ai dolorosi licenziamenti e
ristrutturazioni in atto nelle aziende ticinesi.
Non sono numeri: queste sono persone e intere famiglie in
difficoltà la cui situazione non fa altro che aggravarsi di mese in mese con il
peso degli aumenti: cassa malati, affitti ed energia, ecc. Queste persone meriterebbero
di non essere considerate “una percezione”.
Fino a qualche anno fa si poteva contare sull’appoggio delle
generazioni più anziane; ora anche questo inizia a scricchiolare: non riescono
ad aiutare se stesse, figuriamoci figli e nipoti. E che dire delle nuove
generazioni che seguono con impegno il consiglio dei governi e dei partiti di
formarsi il più possibile e che poi, una volta arrivato il diploma, devono emigrare
oltre Gottardo?
Per parafrasare lo sfortunato slogan del periodo pandemico:
non andrà tutto bene, tutt’altro. Se si finge di non vedere il problema, se lo
si ignora o addirittura lo si nega, le cose non potranno che peggiorare. Le
soluzioni non sono facili, certo. Ma qua non le si sta nemmeno cercando. E se
insiste a dire che tutto va bene, sicuramente non le troveremo. È un esercizio
di negazione di massa la cui responsabilità ricade pienamente su chi dovrebbe
avere in mano le redini del cantone e sceglie, invece, di tenere la testa
ostinatamente nascosta sotto la sabbia.
Amalia Mirante, granconsigliera Avanti con Ticino&Lavoro

