Comitato Centrale del Partito Comunista
La difesa del canone radiotelevisivo è una lotta di retroguardia
Redazione
27.02.2026 08:25

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Mentre nel nostro Paese l’idea di
abolire o di ridurre il canone radiotelevisivo è capeggiata dalla destra di UDC
e Lega, in un altro paese federalista e plurilingue come il vicino Belgio, tale
rivendicazione contro un balzello giudicato “anti-sociale, ingiusto et
illogico” è stata condotta già dieci anni fa dai comunisti del Partito del
Lavoro del Belgio (PTB) ed è pure stata parzialmente sostenuta dalla
socialdemocrazia. Anche nella sinistra italiana, peraltro, non manca la critica
al canone RAI. Non si deve insomma commettere l’errore di leggere tale
questione per partito preso, credendo alla narrazione secondo cui comunisti e
socialisti devono per forza sostenere il servizio pubblico radiotelevisivo
finanziato con questa modalità. Il nostro punto di vista deve reggersi non solo
sul principio dell’indipendenza di classe, ma anche sull’analisi materiale
dello stato reale delle cose: è indubbio infatti che l’odierna RSI sia
profondamente mutata dal passato oggi strumentalmente esaltato: per cultura
aziendale, per aderenza nazionale, per qualità editoriale, ma anche per
condizioni di lavoro, sempre più precarie a causa dei processi di
esternalizzazione, la RSI non è più quell’azienda così profondamente ancorata
alla comunità. Un passato che, per scelta dei suoi vertici sempre più integrati
nella cultura globalista, non potrà tornare, nemmeno con più risorse.
Da “No Billag” a “200 franchi bastano”
A differenza dell’iniziativa (ben
più estrema) “No Billag” del 2018, questa volta, in caso di accettazione
popolare dell’iniziativa popolare “200 franchi bastano”, la Confederazione non
sarà costretta a mettere all’asta le concessioni radio-TV che sarebbero
diventate appannaggio solo degli oligopoli politico-mediatici privati esteri (i
quali però, a dirla tutta, non sono forzatamente peggiori di quelli elvetici,
visto che la dipendenza culturale ed economica dal mercato atlantico è già oggi
in essere). È tuttavia vero che una diminuzione a Fr. 200.- dell’attuale canone
di Fr. 335.- potrebbe comportare, come misura di ritorsione padronale, una
riduzione di personale alla RSI (coinvolgendo eventualmente anche posti di
lavoro indiretti nell’economia privata) e vi sarà probabilmente una riduzione
di contributi alla realizzazione di opere cinematografiche locali e nazionali,
già oggi tuttavia gestite spesso in modo lottizzato e nepotistico. La
responsabilità per le eventuali ripercussioni sui posti di lavoro, che arriveranno
comunque, va però ricercata esclusivamente nei vertici aziendali, le cui scelte
autoreferenziali di politica editoriale e la loro attitudine ermetica di
saccente e arrogante rifiuto alla critica, spingono le classi popolari a una
disaffezione rispetto alla RSI e al servizio pubblico informativo in quanto
tale.
Le nostre raccomandazione del 2018 non sono state ascoltate!
Nel 2018, giustificando la propria
opposizione all’abolizione pura e semplice del canone, il Partito Comunista si
diceva consapevole del fatto “che le nostre critiche trovano un
riscontro solo e soltanto all’interno di un servizio pubblico
funzionante”. I contenuti (criticabili) si distinguono ma non si
separano dalla forma (il servizio pubblico): in termini marxisti la forma è
infatti la configurazione necessaria attraverso cui il contenuto si rende
sensibile e intelligibile. Devono dunque essere forse i comunisti a difendere
un servizio pubblico in cui a trarne profitto sono solo coloro che ripetono ciò
che il mainstream borghese, woke e atlantista
si attende trasmettano? Siamo chiamati insomma a ragionare in termini più
globali e non solo strettamente corporativi: il canone garantisce davvero un
servizio pubblico funzionante? E ancora: questo tipo di cosiddetto servizio
pubblico radio-televisivo fornisce un’informazione davvero pluralista e
indipendente, oppure indottrina la popolazione al pensiero unico globalista
preparandola alla guerra? Sempre nel 2018 il Partito Comunista
dichiarava che “troppo spesso l’informazione trasmessa alla RSI è
superficiale e poco plurale e non rispetta adeguatamente la neutralità
religiosa. Si dà molto risalto alle formazioni politiche maggioritarie,
escludendo regolarmente le voci fuori dal coro malgrado la loro preparazione e
le loro conoscenze specifiche. Nell’affrontare temi importanti nel nostro
Cantone, che riguardano giovani e scuola, in più di un caso non sono stati coinvolti
i diretti interessati. Il taglio dato ai servizi, soprattutto sulla situazione
politica di paesi esteri, risente dell’influenza politica di ‘Reporters sans
frontiers’ venendo meno ad un auspicato piglio analitico e indipendente degno
di un vero giornalismo”. Auspicavamo quindi che “in futuro la RSI
dovrà sicuramente mostrarsi più attenta nel riportare i fatti e nell’informare
la popolazione nel modo più completo e attento, conscia del suo ruolo pubblico
a favore di ogni espressione della cittadinanza tutelando la laicità e, a
livello nazionale, come portavoce della cultura italofona”.
Siamo ancora di fronte a un servizio pubblico?
Come è evoluta la situazione in
questi otto anni? Se possibile è ancora peggiorata! La RSI non si comporta
ormai più come un servizio pubblico: il pluralismo è fortemente limitato anche
per i partiti istituzionali, viene premiata solo la politica spettacolo,
l’informazione sui grandi temi di politica internazionale è non solo
squilibrata e piegata irriformabilmente ai diktat atlantisti ed europeisti, ma
anche in gran parte propria sbagliata con inviti a “esperti” (spesso di
importazione) faziosi (e talvolta proprio pacchiani) che vengono regolarmente
smentiti dai fatti (tutto quello che si è detto sull’Ucraina ad esempio è stato
un'inqualificabile e pericolosa propaganda che continua senza sosta!). Sulla
Palestina l’informazione ha avuto sì dei generici sussulti di dignità, ma solo
alla fine, quando Israele risultava del tutto indifendibile e anche l’UE aveva
di fatto autorizzato il giornalismo di sistema ad esprimere qualche parola di
critica al sionismo. La linea russofoba e sinofoba continua poi imperterrita e
rappresenta ormai il leitmotiv di tutta l’impalcatura
informativa della RSI. Per contro certo massimalismo di sinistra (trotzkista) e
i liberal-atlantisti hanno campo libero: il “totalitarismo liberale” è parte
integrante del giornalismo mainstream che vuole preparare
l’opinione pubblica alla guerra contro le nazioni emergenti. I contenuti social sono
poi costruiti per orientare il pensiero dei giovani e non solo la propaganda
militarista negli ultimi tempi è persino cresciuta, ma in generale la superficialità
la fa da padrone. Certo ci possono essere (e ce ne sono senza dubbio!) anche
trasmissioni d’inchiesta, con puntuali servizi di pregio, frutto di un lavoro
professionale di giornalisti già oggi umiliati dalle scelte di politica
aziendale dei manager, ma questo basta per giustificare un canone riscosso in
modo iniquo e superiore ai 200.- franchi? Aspetti centrali di un vero
servizio pubblico sono anche la coesione nazionale e il plurilinguismo:
costantemente addotti quale motivazione per rigettare questa iniziativa
popolare, sono in realtà perlopiù argomenti alibi utilizzati come arma di
ricatto emozionale e dal vago sentore nostalgico per una RSI che da anni esiste
solo nei ricordi delle generazione del Gatto Arturo: oggi di nazionale la RSI,
forse ad esclusione dello sport, ha ormai sempre meno: non solo per i già
citati “esperti” di importazione, ma anche per l’ostentato uso di anglicismi (e
si sa che la lingua forgia la mente!) e soprattutto per la generalizzata e
fastidiosa subalternità culturale nei confronti del modello globalista e del
sistema atlantista in ambito culturale, economico, politico, sociale e persino
militare!
Il canone è una tassazione anti-sociale e iniqua
Il canone resta, in effetti, poi
anche una tassa iniqua e in sé anti-sociale, come lo è l’IVA (che i comunisti
vogliono non a caso abolire): i servizi pubblici, se sono realmente tali, vanno
finanziati attraverso l’imposizione fiscale, quindi secondo regole di
progressività e soprattutto non appaltati ai privati! Il nostro Partito lo
diceva già nel 2018 criticando sia la somma ingente del canone, sia il sistema
di riscossione. Esso ad esempio colpisce anche i giovani in formazione che non
vivono con i genitori. Avevamo già allora definito il canone una tassa iniqua
poiché non tiene conto di disponibilità finanziarie differenti: tale
problematica è dirimente dal punto di vista di classe e resta immutata. Ma il
problema è anche più ampio: nascosto da un mandato pubblico si cela in
realtà un’attività che produce profitto per la Serafe SA, un’azienda privata
che fa finta di stare sul tanto osannato libero mercato ma i cui utili (in
crescita quanto i dividendi per i suoi azionisti) derivano in realtà esclusivamente
da un obbligo statale che viene imposto con procedure di incasso sempre più
aggressive a danno dei lavoratori e dei cittadini che fanno sempre più fatica a
tirare la fine del mese e che nemmeno si sentono così coinvolti dalla RSI.
Conclusione
Dopo un’ampia consultazione
promossa fra i tesserati al Partito Comunista, la quale ha fatto emergere,
accanto a una forte e generalizzata sfiducia verso la possibilità di
riformabilità della RSI in quanto reale servizio pubblico informativo e al
rifiuto di un canone fiscalmente iniquo, anche molte preoccupazioni prettamente
sindacali per le maestranze (tecnici, cameraman, freelance, ecc.) già oggi
precarizzate ed esternalizzate, e la consapevolezza che non esista un progetto
di reale rinnovamento dell’idea di servizio pubblico, il Comitato Centrale ha
deciso di concedere la libertà di voto. Vada come vada il canone
radiotelevisivo non rappresenta comunque il futuro: la sua difesa è quindi in
sé una battaglia di retroguardia.

