Lorenzo Quadri
Kaiseraugst 50 anni dopo
Redazione
13.07.2025 08:20

Foto: ©Chiara Zocchetti
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Nel 2025 ricorre il cinquantesimo
anniversario delle manifestazioni contro la realizzazione della centrale di
nucleare di Kaiseraugst. Quell’occupazione di 11 settimane, che vide la
partecipazione di migliaia di attivisti, segnò una svolta nella politica
energetica svizzera. Il progetto fu abbandonato, così come quello di Graben. Ma
fu davvero una vittoria? La situazione attuale suggerisce il contrario. Il
fabbisogno energetico cresce costantemente, complice l’elettrificazione dei
trasporti, la digitalizzazione e l’aumento della popolazione, cresciuta del 24%
negli ultimi vent’anni. Come ha dichiarato il ministro Albert Rösti alla NZZ:
“Attorno al 2050 dovremo spegnere le centrali di Gösgen e Leibstadt. Se non si
interviene pesantemente sul territorio, non sarà possibile compensarne la
produzione con fonti energetiche rinnovabili”.
Associazioni ambientaliste prime responsabili
Proprio qui nasce il
cortocircuito. Da una parte si spinge per le zero emissioni, ma dall’altra si
bloccano impianti eolici, fotovoltaici ed idroelettrici per opposizioni
ambientali e paesaggistiche. Le associazioni ambientaliste, con i loro ricorsi,
sono le prime responsabili. Un paradosso, considerando che questi stessi gruppi
invocano la svolta verde ideologica.
Altri quattro impianti d’emergenza entro il 2030
Nel frattempo, si ricorre a
soluzioni temporanee. La Germania, dopo aver spento le ultime centrali atomiche
nel 2023, ha compensato con il gas. Anche la Svizzera ha costruito centrali
d’emergenza alimentate da combustibili fossili. Secondo il DATEC, serviranno
altri quattro impianti entro il 2030, per una potenza totale di oltre 500
megawatt. Se si chiuderanno anche i due reattori di Beznau, il fabbisogno
salirà a 1’400 megawatt.
Rientrare nel nucleare
Nel 2011, la Germania decise
l’uscita dal nucleare sull’onda emotiva di Fukushima. La Svizzera ha commesso
lo stesso errore. E ci costerà caro. Se
cinquant’anni fa l’impianto di Kaiseraugst fosse stato realizzato (e se non
avessimo spento quello di Mühleberg a fine 2019), oggi non dovremmo costruire
centrali d’emergenza a gas che producono CO₂ e costano un sacco di soldi. La soluzione è una sola: rientrare
nel nucleare. Perché è ovvio che aumentare le importazioni di corrente, e
quindi la nostra dipendenza dall’UE per questo bene strategico, non è
un’opzione.
Lorenzo Quadri, consigliere
nazionale Lega dei Ticinesi

