Andrea Guglielmetti
Io sono il tuo padrone.
Redazione
27.05.2024 11:25

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È corretto affermare che il datore di lavoro di uomini e
donne impiegati dello Stato, in quanto pagati con le imposte, siano tutti i
Ticinesi (e a questo punto anche i frontalieri)? Può il popolo, con un voto,
disporre dei loro stipendi, pensioni, del loro futuro? È giusto così? E gli
statali, pagando le imposte, diventano forse datori di lavoro di sé stessi?
Facciamo ordine.
Che differenza c’è tra un l’amministrazione pubblica e una
ditta privata?
Entrambe elargiscono prestazioni. Il privato però fattura
direttamente al cliente (cittadino) la sua prestazione mentre l’amministrazione
(comuni, cantoni, confederazione) fattura indirettamente, tramite le imposte.
Le prestazioni dello Stato sono servizi che non tutti potrebbero permettersi;
se fossimo costretti a dare ai nostri figli tutte le mattine i soldi per la
maestra, metà dei bambini dovrebbero rinunciare all’educazione. È per questo
che si parla di Stato sociale. Tutti noi beneficiamo di servizi, ogni giorno,
quando usiamo le strade per andare al lavoro, i bambini a scuola, i malati in
ospedale, quando percepiamo sussidi o l’AVS. Riceviamo prestazioni esattamente
come quelle che ci fornisce il commesso, il meccanico che ci ripara l’auto o
l’idraulico che ci aggiusta il rubinetto. L’unica differenza è che le prestazioni
dello Stato le paghiamo in base al reddito, in modo che tutti possano
beneficiarne, perché sono prestazioni indispensabili, di cui non potremmo fare
a meno. È per questo che non si possono privatizzare tutti i servizi dello
Stato. Alla stessa stregua non possiamo considerarci i datori di lavoro di
tutti coloro a cui paghiamo un conto, e chiedere a Migros e Coop di tagliare i
salari delle cassiere o le loro pensioni per compensare il rincaro degli
alimentari. Eppure qualcuno è convinto che il si possa disporre delle vite di
persone che non sono state elette, ma che hanno fatto un regolare concorso per
essere assunte. Il 28 maggio 1933 il popolo Svizzero fu chiamato ad esprimersi
sul taglio del 7,5% dei salari dei dipendenti della Confederazione. Erano tempi
difficili, subito dopo la grande crisi del ‘29. La gente accorse in massa alle
urne (80, 5% di partecipazione) e bocciò i tagli con il 55,1% di no. In Ticino
votò il 70% della popolazione e respinse i tagli con il 61,9%. Cosa indusse gli
Svizzeri a respingere i tagli in un momento in cui poteva sembrare ragionevole
risparmiare? La Confederazione sopravvisse alla crisi, e oggi siamo uno dei
paesi più ricchi al mondo.
Andrea Guglielmetti, Vacallo

