Jean Olaniszyn
In ricordo di Gianfranco Rossi, architetto, scultore, poeta
Redazione
19.01.2024 07:04

Foto: Gianfranco Rossi nel suo studio a Lugano con l’amico Jean Olaniszyn, 2007 (fotografia di Alfio De Paoli © Edizioni ELR, Losone
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Il 21 gennaio 2013, a 85 anni (a pochi mesi dalla
scomparsa del suo amico Tita Carloni), ci lasciava anche Gianfranco Rossi,
architetto, artista scultore, poeta.
Un personaggio dalle grandi doti umane, “presenza
indelebile e significativa nel nostro contesto in evoluzione” come ebbe modo di
dire Gerardo Rigozzi, direttore della Biblioteca cantonale di Lugano.
In ricordo di un grande uomo, maestro di vita, di
cultura, di comportamento e disciplina con una umanità straordinaria.
“Constato in
generale nella società di oggi una tendenza alla spersonalizzazione,
all’incomunicabilità fra gli individui (che preferiscono parlarsi e incontrarsi
virtualmente) e alla costrizione entro gabbie mentali e fisiche: aspetti,
questi, che ho cercato di esprimere nelle mie sculture”. Gianfranco Rossi,
Lugano 2007.
Gianfranco Rossi l’ho conosciuto professionalmente nel
2007 durante la preparazione della sua mostra, con relativo catalogo, a cura di
Claudio Cavadini e Luca Saltini, ospitata alla Biblioteca cantonale di Lugano
in occasione del suo ottantesimo compleanno.
A dire il vero ci eravamo già incontrati negli anni
Ottanta con il silografo Aldo Patocchi in occasione di una mostra di Carlo
Cotti, ma poi ci eravamo persi di vista.
Con Gianfranco Rossi da subito si era instaurata una
grande e sincera amicizia rafforzatasi nel tempo.
Ci incontravamo spesso a Lugano, ma anche al Rivellino
di Locarno in occasione di suoi sopralluoghi, dove tra l’altro aveva dato
immediatamente la sua disponibilità a collaborare nel progetto dell’artista
Peter Greenaway (presentato alla Città di Lugano dai curatori Arminio Sciolli, Paolo
Sciolli e Jean Olaniszyn, con la partecipazione di Change Performing Arts di
Milano), per l’animazione degli affreschi di Bernardino Luini nella Chiesa di
Santa Maria degli Angeli di Lugano.
In tutte le sue attività, dall’architettura, alla
scultura, alla poesia, ma anche alla musica (aspetto poco conosciuto, suonava
il mandolino nella Banda musicale di Lugano ed era amico dei musicisti
Carenzio, Scagnello e del clarinettista Basile), Gianfranco ci metteva
passione, rigore, amore.
Attento ai particolari, al nesso che ogni dettaglio ha
nella determinazione della complessità del reale, la sua architettura, ma anche
le sue sculture riflettono, ancora e sempre, la sua anima, la sua bontà e
generosità.
Con Gianfranco ho avuto lunghe conversazioni su temi
che ci accomunavano, in particolare l’arte e la letteratura e gli piaceva
parlare della sua poesia, definita da Ottavio Lurati “una poesia del concreto” (vedi la prefazione di O. Lurati a G.
Rossi, “Periferia növa”, Edizioni
Ulivo, Balerna 2007).
Gianfranco mi raccontava che la poesia è una passione
che aveva coltivato sin da bambino e le sue poesie le aveva inizialmente
pubblicate su piccoli giornali, fino al fondamentale incontro con Mario Agliati
che pubblicò i suoi testi sul “Cantonetto”.
Gianfranco Rossi è stato membro della Commissione dei
beni culturali, ha insegnato Storia dell’architettura alla Scuola Tecnica
Superiore (ora SUPSI), ma ha anche partecipato alla fondazione del “Gruppo 22”, un movimento d’opposizione
di cui Gianfranco ne era stato il presidente (ne hanno fatto parte tra gli
altri, gli artisti Pierino Selmoni e Frà Roberto).
Successivamente, grazie al famoso gallerista Pagani di
Castellanza, ha fatto parte del “Gruppo immanentista” di Ascoli Piceno, con
molte personalità scoperte dal critico Argan, partecipando alla stesura del
Manifesto in sui si esponeva il loro concetto di arte contemporanea.
Gianfranco mi ha raccontato le vicissitudini della sua
vita, sia privata che professionale- ci vorrebbe un libro per raccontare tutto
- dalla sua infanzia, ai rapporti con lo zio Santino, scultore, girovago (era
stato sul Mar Nero, in Palestina, in Tunisia, poi a in America a New York,
Chicago, San Francisco), infine ritiratosi a Brusino, dove Gianfranco lo
incontrava spesso; ma anche i rapporti con il nonno Domenico, scultore con
bottega in via Trevano, poi rilevata dal padre Dante che aveva studiato a
Brera, successivamente trasformata nella sede dello studio di architettura di
Gianfranco.
Poi gli studi a Losanna e quindi al politecnico di
Milano con aneddoti sulle sue amicizie con gli architetti Vittorio Gregotti e
Gae Aulenti, suoi compagni di scuola negli anni ’50; dei suoi incontri al bar
Giamaica nei pressi di Brera (frequentato a quel tempo anche dall’amico
fotografo Mario Dondero), della grande ammirazione nei riguardi dell’architetto
Carlo Scarpa dal quale, raccontava, di aver ricevuto “eccelse lezioni di
architettura e di vita”.
Ricordava con emozione molti suoi incontri, in
particolare gli piaceva raccontare della sua grande amicizia con l’architetto
Tita Carloni. È in questi frangenti che ho potuto conoscere e apprezzare il
grande uomo che è stato (e sempre sarà) Gianfranco Rossi, architetto, scultore
e poeta.
Caro amico Gianfranco voglio ricordarti con la tua
bellissima poesia “Progress”, che mi
avevi dato da pubblicare sul catalogo (*) della tua mostra alla Biblioteca
cantonale di Lugano nel 2007, ma anche con la frase che mi ripetevi spesso: “Io odio i personaggi malvagi, specialmente
gli usurai”.
Caro Gianfranco, sarai sempre nei miei/nostri ricordi.
Jean Olaniszyn
Poesia di Gianfranco Rossi
Progress
Globalizzazion,
danee, petroli, imbroi,
la
religion d’incöö;
drogada
da stress,
da
natel, da internet,
da
balèr sfolzii da fantasma
imbesüii
da lüs e frecass.
Fiüman
da gent in corsa
Pontada
dal progress
Su’n
binari obligaa.
Ghè
più ‘l temp par guardà i stell
Par
possà sota ‘na pianta
par
güstà ‘l passà dal temp.
E
pensà che la vita
l’è
tacada a ‘n fir
che
sa romp senza visà.

