Elio Del Biaggio
Il pieno lo paga sempre il cittadino: benzina, diesel e olio da riscaldamento erodono il potere d’acquisto
Redazione
01.10.2026 23:02

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Ci dicono
che l’inflazione è sotto controllo, che il rincaro è contenuto, che l’economia
svizzera continua a crescere. Eppure, basta fare il pieno, pagare una bolletta
del riscaldamento, fare la spesa, rinnovare un contratto d’affitto, prendere un
bus o un treno per accorgersi che la realtà del portafoglio è spesso ben
diversa da quella raccontata dalle statistiche.
Perché una
cosa sono le medie ufficiali, un’altra sono le spese che ogni famiglia deve
affrontare ogni giorno. E quando il conto alla fine del mese aumenta, mentre il
reddito non cresce allo stesso ritmo - per non dire che non cresce del tutto - l’inflazione
non è più una sterile percentuale, ma è potere d’acquisto che se ne va.
Non è
soltanto una questione di benzina, diesel o olio combustibile, ma è l’effetto a
cascata dell’energia sul costo di quasi tutto ciò che consumiamo: trasporti,
produzione, logistica, riscaldamento, servizi e beni di prima necessità.
Nell’agosto
2026 l’indice svizzero dei prezzi al consumo è aumentato dello 0,4% in un solo
mese e dello 0,8% rispetto all’anno precedente. E proprio nello stesso mese
sono aumentati i prezzi di benzina, diesel e olio da riscaldamento.
Ma c’è un
altro elemento che merita di essere ricordato: quanto pesa davvero il fisco sul
carburante che mettiamo nel serbatoio?
Secondo
l’Ufficio federale della dogana e della sicurezza dei confini, l’imposta sugli
oli minerali ammonta a 76,82 centesimi al litro sulla benzina e 79,57 sul
diesel, ai quali si aggiunge l’IVA.
Non
significa, naturalmente, che la Confederazione incassi esattamente un franco
per ogni litro, anche se non siamo tanto lontani. Il dato resta così impressionante:
una parte molto consistente di ciò che paghiamo alla pompa non va al petrolio,
al trasporto o al distributore, ma va allo Stato sotto forma di imposte.
E non si
tratta certo di briciole: nel 2025, la sola imposta sugli oli minerali ha
garantito alle casse pubbliche ben 4,367 miliardi di franchi.
Di fronte a
cifre di questa portata, la domanda è inevitabile: quando il caro energia erode
il potere d’acquisto, perché lo Stato dovrebbe continuare a incassare
integralmente anche su prezzi che continuano a salire?
Se il costo
della vita sta mettendo sotto pressione famiglie e imprese, non dovrebbe essere
proprio questo il momento in cui il fisco fa, almeno temporaneamente, un passo
indietro?
Il petrolio
aumenta? Paga il consumatore. Aumentano trasporti, riscaldamento, produzione e
distribuzione? Paga ancora il consumatore.
E poi
arrivano le imposte, che si sommano a un conto già più salato.
Non è
tecnicamente una “doppia tassazione”, ma per chi deve far quadrare il bilancio
familiare l’effetto è molto concreto: prima subisce il rincaro, poi paga anche
la fiscalità che grava su quei consumi.
Il
problema, dunque, non è soltanto il “rincaro”, ma è la somma dei rincari e dei
prelievi che si accumulano lungo la catena.
La
situazione energetica, inoltre, non è affatto teorica: a settembre 2026 la
Confederazione ha dovuto attingere temporaneamente alle scorte obbligatorie di
benzina e gasolio a causa dell’interruzione della raffineria di Cressier e
delle difficoltà di navigazione sul Reno.
Un problema
che ha inciso soprattutto sull’approvvigionamento della Svizzera settentrionale
e tedesca, mentre il Ticino, per la sua posizione geografica, beneficia in
larga misura di rifornimenti provenienti dalla vicina Italia.
L’approvvigionamento
nazionale è stato successivamente ristabilito, ma la situazione dei prodotti
petroliferi è rimasta definita “tesa”. Un’ulteriore dimostrazione di quanto il
nostro sistema energetico sia esposto a interruzioni, problemi logistici e tensioni
internazionali e di quanto questi fattori possano rapidamente ripercuotersi sui
prezzi pagati dai consumatori.
Non è forse
allora arrivato il momento di smettere di parlare soltanto di crisi, di
inflazione “addomesticata” e cominciare a parlare seriamente di misure concrete?
Se
l’obiettivo è difendere il potere d’acquisto, perché non valutare
temporaneamente una riduzione degli oneri fiscali sui carburanti? Perché non
intervenire sulla fiscalità energetica nei periodi di eccezionale aumento dei
prezzi? Perché non prevedere meccanismi automatici e temporanei di
compensazione per famiglie e imprese maggiormente esposte ai costi energetici?
E ancora:
perché non accelerare, in parallelo, una vera revisione della spesa pubblica,
eliminando duplicazioni, procedure inutili, sprechi e costi amministrativi,
invece di trasferire sistematicamente ogni nuova difficoltà sulle spalle dei
contribuenti?
Non è una
questione che riguarda soltanto automobilisti o proprietari di casa. Riguarda
tutti noi, perché quando aumentano i costi dell’energia e dei trasporti, alla
fine il conto si riflette sull’intera economia e sulle tasche delle famiglie.
Perché il
camion che trasporta la merce consuma carburante, il furgone dell’artigiano
consuma carburante, il pendolare usa l’auto o i mezzi pubblici, il supermercato
paga trasporti ed energia, l’azienda paga la logistica, il proprietario
riscalda la casa.
E alla
fine, direttamente o indirettamente, il conto arriva sempre al consumatore.
La
Confederazione stessa riconosce che prezzi amministrati e regolamentazione
possono avere effetti sul potere d’acquisto e che una maggiore concorrenza,
laddove possibile, può esercitare pressione sui prezzi.
Naturalmente
non tutto dipende dalla politica svizzera: il prezzo del petrolio è determinato
anche dai mercati internazionali, dalle guerre, dalla geopolitica e
dall'offerta mondiale. Ma proprio per questo lo Stato dovrebbe chiedersi dove
può intervenire: se non può controllare il prezzo del barile, può però decidere
quanto gravare quel barile di imposte.
E può
decidere, in una situazione eccezionale, se continuare a incassare
integralmente ogni tributo oppure restituire una parte di quel gettito a chi
sta pagando sulla propria pelle un aumento dei costi sempre più difficile da
sostenere.
Perché non
basta dire che l’inflazione è “solo” dello 0,8 per cento, come spesso sentiamo
ripetere attraverso cifre che possono apparire artificiali, irrealistiche e
“addomesticate”. Quel dato è una media statistica, ma non racconta
necessariamente quanto una famiglia spende davvero ogni mese. Ed è proprio qui
che nasce la distanza tra l’inflazione dichiarata e il costo della vita vissuto
sulla propria pelle.
Nel calcolo
dell’inflazione, infatti, alcune voci che pesano concretamente sui bilanci
familiari non vengono considerate nello stesso modo, o non rientrano
direttamente nell’indice: è il caso, per esempio, dei premi della cassa malati
e delle imposte. E intanto continuano ad aumentare costi e oneri in molti altri
ambiti.
Una
famiglia non vive dentro una media statistica, e nemmeno nel mondo delle
favole. Vive di benzina, affitto, cassa malati, spesa alimentare, elettricità,
riscaldamento, trasporti, consumi e servizi.
È lì che si
misura il vero potere d’acquisto: non soltanto nelle percentuali, ma in quanto
resta davvero nel portafoglio alla fine del mese.
E quando lo
stipendio non cresce nella stessa misura – oppure che, come accade troppo
spesso, non cresce affatto - anche un’inflazione ufficialmente contenuta può
diventare pesante nella vita quotidiana. Perché ciò che conta per una famiglia
non è soltanto quanto aumenta l’indice, ma quanto aumenta ciò che deve
realmente pagare.
Il vero
problema, allora, non è soltanto quanto costa un litro di benzina, ma quanto di
ciò che paghiamo alla pompa finisce davvero nelle tasche di chi produce e vende
il carburante e quanto, invece, viene assorbito dalla fiscalità.
Alla fine,
tra rincari e imposte, è sempre il cittadino a fare i conti con ciò che resta
nel portafoglio.
E se il
potere d’acquisto continua a ridursi, ripetere che “la crisi è sotto controllo”
non fa scendere il prezzo della benzina, non paga il riscaldamento e non
riempie il carrello della spesa.
Servono
invece misure concrete, temporanee e verificabili: interventi capaci di
alleggerire davvero il peso sui cittadini, soprattutto quando i costi
raggiungono livelli difficili da sostenere.
Perché
una cosa è certa: una crisi può essere gestita nei bilanci e nelle statistiche
ma, quando arriva nel portafoglio, a pagare sono le persone, soprattutto quelle
che hanno meno margine per assorbirne il peso.

